Quarant’anni dopo, la Cina si ricorda di Mao ma non della sua rivoluzione

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Quando quarant’anni fa la radio annunciò la morte del «grande timoniere» Mao Zedong, le note dell’Internazionale risuonarono da ogni altoparlante della città. L’intero Paese si fermò per otto giorni e migliaia di persone confluirono a piazza Tiananmen per rendergli omaggio. Nessun capo di Stato straniero fu ammesso alle cerimonie.

Il padre della Repubblica popolare cinese non appariva in pubblico dal primo maggio del 1971 e la Rivoluzione culturale aveva confinato in campagna i suoi più autorevoli compagni d’armi. Nelle teste di molti c’era una sola domanda, ma nessuno osava esprimerla: «e adesso?». Deng Xiaoping e molti altri valenti sodali della prima ora (tra cui anche il padre dell’attuale presidente) tornarono nei palazzi del potere con la convinzione che la Cina dovesse riformarsi. Bisognava che il Paese si aprisse lentamente al mercato senza rinnegare le proprie radici. Si dava il verdetto ufficiale sull’operato di chi aveva portato il Partito comunista alla guida dello Stato più popoloso del mondo. Mao aveva fatto «giusto al 70 per cento e sbagliato al 30 per cento». Moriva l’utopia comunista e nasceva «il socialismo con caratteristiche cinesi». Mao aveva fatto bene a combattere i giapponesi, i retaggi della società feudale e le diseguaglianze. Aveva lottato perché tutti fossero alfabetizzati e nutriti, per l’emancipazione femminile, perché lo Stato garantisse un lavoro e una ciotola di riso a tutti i cinesi. Ma non era abbastanza.

E per perseguire il suo sogno, il «grande timoniere» aveva anche «sbagliato». Ad esempio quando alla fine degli Anni Cinquanta le politiche economiche imposte dal Grande Balzo in Avanti avevano fatto morire di fame almeno 40 milioni di cinesi. O più tardi con la Rivoluzione culturale che, con la scusa di eliminare «il vecchio modo di pensare», aveva messo la vita di milioni di persone nelle mani delle Guardie Rosse, fanatici teenager il cui unico compito era quello di punire chiunque non venerasse Mao come un dio. Il maoismo fu sostituito dal denghismo e lo slogan «servire il popolo» da «lasciate che alcuni si arricchiscano per primi».

A quarant’anni di distanza il feretro di Mao è ancora meta di pellegrinaggio. Il suo ritratto domina ancora la Città proibita e il suo volto compare su ogni banconota. Le sue statue accolgono gli studenti agli ingressi delle principali università del Paese, ma il suo pensiero, parte integrante della Costituzione del Partito comunista cinese, è un tabù collettivo.

Gli anziani che non hanno beneficiato del boom economico rimpiangono un’epoca «in cui si aveva meno, ma tutti». Ma Jiang Zemin e Hu Jintao, i presidenti che hanno traghettato il Paese nel Wto e lo hanno trasformato nella seconda economia mondiale, hanno sempre fatto attenzione ad omaggiarne la memoria tenendosi ben distanti dalle sue idee e dal suo modo di esercitare il potere. Di tanto in tanto circolavano voci, immancabilmente smentite, sull’opportunità di rimuovere i riferimenti al «Mao-pensiero» dalla Costituzione e il suo feretro dal centro della città. Invece nonostante le aperture al mercato, l’attuale presidente Xi Jinping si è appropriato della sua retorica. Ha cominciato promuovendo quella che lui stesso ha definito una «campagna per la rettificazione della linea di massa»: ricerca della connessione tra i vertici e la base del Partito, lotta contro formalismi, burocrazia, corruzione, edonismo e stravaganza dei quadri.

Tutti temi cari a Mao. Anche il rinvigorito controllo sull’esercito e sull’informazione ricalcano l’esempio del grande timoniere che sosteneva che «le rivoluzioni si fanno con le pistole e le penne». «Al centro del centro della Cina, c’è un cadavere che nessuno ha il coraggio di portar via. Avvolto nella bandiera rossa del Partito, protetto in una bara di vetro, dentro un enorme mausoleo in mezzo alla piazza della Pace Celeste, il corpo imbalsamato di Mao rappresenta il legame simbolico della Cina di oggi con il suo passato, ma anche il punto di riferimento per il suo futuro», scriveva Terzani nel 1985. È ancora così.

(Cecilia Attanasio Ghezzi, via LaStampa.it cc-by-nc-nd)

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Foto Pixabay CC0

 

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