I robot all’assalto dei colletti bianchi

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La ragazza che ruberà il lavoro a qualche decina di migliaia di segretarie è bionda, ha un sorriso docile e parla tutte le lingue del mondo. Si chiama Amelia e possiede svariati pregi che – dal punto di vista delle imprese – la rendono parecchio competitiva: impara tutto e subito, non si ammala mai, non ha cali di produttività, lavora ventiquattr’ore su ventiquattro e non percepisce stipendio. Amelia non è umana: è un’intelligenza artificiale prodotta dalla Ipsoft, società americana che si occupa dell’automatizzazione delle aziende. Gli ingegneri ci hanno lavorato per quindici anni e adesso l’assistente virtuale è pronta a cambiare (per sempre) il mondo dei servizi alle imprese. Un settore che soltanto in Italia conta circa due milioni e mezzo di addetti.

I modelli produttivi si modificano. Se ieri i robot sostituivano i colletti blu, oggi rimpiazzano quelli bianchi. Attenzione: non si parla di un futuro remoto. Sta succedendo qui e adesso. Lo racconta il reportage «Il pianeta dei robot», realizzato da Lisa Iotti ed Elena Marzano per il programma di Riccardo Iacona «Presa diretta», in onda ieri sera su Raitre. Un viaggio tra Stati Uniti, Europa e Italia alla scoperta delle applicazioni più sorprendenti. Perché gli androidi possono essere operai, ma anche medici, centralinisti, addetti alle vendite, operatori call center, cuochi, giornalisti.

Cinque milioni di posti persi entro il 2020: questo sarà l’effetto della diffusione delle macchine intelligenti secondo il rapporto diffuso al World Economic Forum di Davos. Mentre un recente studio della Bank of England afferma che digitalizzazione, automazione ed informatizzazione metteranno a rischio addirittura un posto di lavoro su tre. Basti pensare alle banche: un italiano sue quattro effettua operazioni in rete e il taglio del personale (auspicato anche da Renzi) è in cima all’agenda degli istituti di credito.

La sfida non è fermare il progresso, ma trovare possibili soluzioni per rendere sostenibile il sistema produttivo. Da una parte l’evoluzione dei mercati e delle competenze innescherà nuove opportunità: i lavori creativi saranno quelli meno sostituibili dai robot e certi settori quali nanotecnologie, stampa 3D, genetica e biotecnologie sono già oggi i più gettonati. Dall’altra, seppur timidamente, prende piede l’idea che lo Stato dovrebbe garantire a ogni cittadino un reddito annuale. Un’ipotesi allo studio di politici, economisti ed esperti dall’Europa agli Stati Uniti. Rimane una domanda, per adesso senza risposta: con quali soldi?

Bionda, gentile, preparata: è la segretaria ologramma 

Amelia è un’intelligenza artificiale prodotta dalla Ipsoft, società Usa che si occupa di automatizzazione aziendale. «È il primo vero robot cognitivo perché comprende il linguaggio umano – spiega Ergun Ekici, capo innovazione Ipsoft -. Il suo cervello crea una rete semantica, questa rete è la comprensione. Amelia non memorizza parole, ma si fa un’idea». Chissà se in futuro esisteranno ancora telefonisti e segretarie: «Per risolvere un problema Amelia fa come farebbe un umano: studia e legge, ma utilizza anche l’esperienza». A maggio scorso la multinazionale Accenture – la più grande società di consulenza aziendale al mondo – ha annunciato che proporrà la piattaforma ai suoi clienti.

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Il supercomputer-dottore che non sbaglia diagnosi

Watson è un supercomputer che cambierà il destino di medici e pazienti rivoluzionando il futuro della diagnostica. È stato sviluppato nello lo storico centro Thomas Watson di Ibm, uno dei laboratori di ricerca più importanti al mondo. Si tratta di un algoritmo in grado di elaborare quantità immense di dati, studi, pubblicazioni, immagini. Watson può capire se ci troviamo di fronte a una patologia aggressiva o trascurabile e indica la cura più adatta per il paziente. Le “predizioni” statistiche del robot sono particolarmente accurate nel campo dell’oncologia. Watson non sostituirà il dottore, ma diventerà un aiuto diagnostico prezioso, molto più efficace di trattati e riviste.

Il supercomputer Watson (wikimedia)
Il supercomputer Watson (wikimedia)

L’avvocato è virtuale ma sa vincere le cause

L’epicentro di questa storia è San Francisco. Qui due ragazzi californiani hanno creato il robot avvocato. Si chiama “Ross” ed è la prima intelligenza artificiale sviluppata per comprendere e affrontare le cause legali. Lavora già da un anno presso grossi studi negli Stati Uniti. Costa al mese quanto guadagna un avvocato in un’ora ed è in grado di elaborare una mole enorme di informazioni su ogni singolo caso. Basta porre una domanda e “Ross” elabora la risposta tenendo conto di decine di leggi, centinaia di sentenze e migliaia di casi simili. Ora sta per fare il suo debutto in Italia, in un prestigioso studio milanese.

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Il portantino d’ospedale smista pasti e farmaci

All’ospedale Morgagni di Forlì parte del lavoro degli inservienti viene svolto da otto robottini. Trasportano farmaci, rifiuti, biancheria e pasti. Effettuano 350 viaggi al giorno per 400 chili di carico ciascuno. All’occorrenza prendono l’ascensore e chiedono permesso quando incontrano ostacoli sul loro cammino. Ognuno di questi robot svolge il lavoro che prima facevano tre dipendenti. La stessa cosa succede all’ospedale di Mountain View, nella Silicon Valley: «Abbiamo 18 robot, non sono qui per rimpiazzare i lavoratori ma per rendere la gestione più efficiente», spiega il direttore Ken King. «La sanità costa molto e dobbiamo ridurre le spese».

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Il ristorante automatizzato dove non ci sono camerieri

Il primo ristorante completamente automatizzato d’America si trova a San Francisco. Niente camerieri, né cassieri, né lavapiatti. Da “Eatsa” fanno tutto i robot. Il menù si sceglie su un tablet, dove si possono leggere gli ingredienti e i valori nutrizionali. Si ordina con un clic, si paga con carta di credito e dopo qualche minuto si ritira il pasto da uno sportello trasparente dove appare il nome del cliente. Veloce ed economico. Gli affari vanno così bene che in un anno è stato inaugurato un secondo locale nella città del Golden Gate Bridge, uno a Los Angeles e adesso la società punta ad aprire ristoranti nelle principali città d’America.

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Il robottino napoletano che sa impastare la pizza

L’hanno chiamato “RoDyMan”, che sta per robotic dynamic manipulation. È uno dei primi robot al mondo a maneggiare oggetti deformabili, anche se per ora si limita alla pizza. Il creatore dell’androide è il professor Bruno Siciliano (uno dei maggiori esperti internazionali) dell’università Federico II di Napoli. Se il robot è in grado di sfornare una margherita potrà fare qualunque lavoro comporti l’uso delle mani. «RoDyMan – spiega il docente – è in grado di vedere, interpretare, ripetere i movimenti umani e lo ha imparato da un maestro pizzaiolo a cui hanno infilato una tuta biocinetica. Quindi non è stato programmato per fare le pizze, lo ha imparato da solo».

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(Gabriele Martini, via LaStampa.it cc-by-nc-nd)

Foto tmeier CC0

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1 Commento

  1. “Impara tutto e subito, non si ammala mai, non ha cali di produttività, lavora ventiquattr’ore su ventiquattro e non percepisce stipendio”: prendo esempio da qui, per esprimere il mio scetticismo – misto ad ottimismo. Quanto scritto, infatti, non è del tutto vero. L’apprendimento avviene solo secondo codici matematici abbastanza rigidi, che permettono sì di apprendere una grande mole di nozioni (cosa comunque utile), ma che dubito siano adatti a tutte le situazioni della vita reale, specie quelle meno razionali e prevedibili. I cali di produttività e le malattie si chiamano malfunzionamenti, e non esiste macchina o codice che non possa averne proprio nessuno. Non può lavorare 24/7, se parliamo di macchina, dati almeno i tempi di manutenzione; coi codici, è vero, ma comunque non esiste software senza hardware. Non percepisce stipendio in senso umano, ma questo non vuol dire che non abbia costi, a partire dall’acquisto iniziale (esatto, come uno schiavo dei secoli andati).
    Insomma si promette un miglioramento, non necessariamente la perfezione. D’altra parte, molti degli esempi successivi, più che ai colletti bianchi, si riferiscono a lavori che definiremmo “umili”, almeno per le mansioni sostituibili dalle macchine: ad esempio, se voglio una pizza “industriale”, benissimo il pizzaiolo robot; se voglio quella “artistica”, allora ci vorrà un pizzaiolo umano qualificato/bravo. Nelle stesse industrie, la sostituzione di certe figure professionali con robot non è mai stata totale, anzi nemmeno così diffusa in certi ambienti; ci sono tanti parametri da considerare, e perfino guardando ai costi, non sempre il robot “vince” sull’umano.

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