TTIP, i negoziati stanno fallendo?

La discussione tra Europa e Usa sul Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Ttip) sembrano a un punto morto. Ecco perché

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«A mio avviso, le negoziazioni con gli Stati Uniti sono di fatto fallite, sebbene nessuno voglia ammetterlo». È quanto affermato domenica dal ministro dell’economia e vice-cancelliere tedesco Sigmar Gabriel, in merito al progredire delle trattative tra Europae Usa sul Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip).

«L’Europa non intende assoggettarsi alle proposte degli americani» ha aggiunto Gabriel.

Il ministro ha osservato che dopo 3 anni e 14 round di negoziazione non vi sia nemmeno un capitolo, tra i 27 finora discussi, sul quale sia stato raggiunto un accordo unanime e definitivo. Non solo: Gabriel suggerisce anche che Washington si sia risentita per l’accordo recentemente siglato traEuropa e Canada, dai contenuti scomodi per gli Stati Uniti e contrastanti con il Ttip. Il trattato in questione è ilComprehensive economic and trade agreement (Ceta), segue sette anni di negoziazione e dovrà essere ratificato a breve dai parlamenti Eu, dopo un’estenuante lotta di potere tra i leader europei e la Commissione di Jean-Claude Juncker.

L’accordo vuole eliminare le barriere commerciali tra Europa e Canada, facilitando le importazioni e rendendole più economiche. E, secondo Gabriel, è molto più onesto e vantaggioso per entrambe le parti rispetto a quanto potrebbe mai essere il Ttip.

L’affermazione di Gabriel, che è anche a capo del partito socialdemocratico di centro-sinistra in coalizione con Angela Merkel, contrasta pienamente con quanto dichiarato un mese fa proprio dalla cancelliera, che aveva descritto il Ttip come “assolutamente nell’interesse dell’Europa”.

È piuttosto in linea, invece, con il verbale del 14° round di negoziazione, tenutosi a Bruxelles il 15 luglio e reso pubblico a inizio agosto, all’interno del quale in effetti non si legge traccia di un accordo. Tre sono i pilastri in cui il Ttip sarà (sarebbe) suddiviso: accesso al mercato da parte di aziende europee e americane, cooperazione regolamentare (soprattutto in merito all’approvazione e alla vendita dei prodotti), e regole globali sul commercio (sostenibilità ambientale, competizione).

Per quanto riguarda l‘accesso al mercato, dice il report, si è ancora lontani dall’allineamento in termini di tariffe, servizi e approvvigionamento auspicato dall’Ue. Le parti si sono scambiate offerte per due volte. Scarsi i miglioramenti proposti dal lato statunitense, totale fermezza invece da parte dell’Europa nel ribadire la necessità di un avanzamento rispetto allo status quo, soprattutto in termini di agricoltura (indicazioni geografiche, certificazioni) e mercato degli appalti pubblici.

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In merito alla cooperazione regolamentare, di fatto, nessuna novità. Il verbale parla di proposte testuali pronte sui diversi settori dell’economia (sette in totale, dal tessile al cosmetico al farmaceutico) ma tutte ancora da discutere. Tiene però a sottolineare che siccome in passato Europa e Stati Uniti sono giunti a un accordo sugli standard per le auto elettriche e l’aviazione, certamente faranno altrettanto sugli altri prodotti. Il report tiene anche a precisare che c’è stato molto dialogo con tutti i rappresentanti industriali, dalle multinazionali alle piccole e medie imprese (Pmi), e che la  cooperazione sarà possibile solo se il livello di protezione per tutti i cittadini aumenterà, o al peggio resterà com’è.

Proprio alle Pmi europee è dedicato un capitolo del terzo pilastro, quello sulle regole globali per il commercio. Sono 600 le Pmi che attualmente esportano negli Usa, e a cui si vuole dare supporto con l’allineamento di alcuni standard tecnici (soprattutto nel settore dei macchinari) e con la riduzione di oneri e commissioniche spesso disincentivano le imprese più piccole a imbarcarsi nel commercio internazionale. Proposte (e nient’altro) anche sul mercato del lavoro e sul tema energia e materie prime. In particolare, su questi ultimi si punta a promuovere le tecnologiegreen e a rimuovere le licenze attualmente vigenti negli Usa per l’esportazione di gas. L’Europa, si legge, intende battersi affinché questo non contrasti con i suoi obiettivi climatici e ambientali.

Tutti contrasti che fanno inevitabilmente naufragare il progetto di arrivare a una prima sigla del Ttip entro il 2016. Progetto soprattutto statunitense, dato il timore (fondato) che con Obama fuori dalla casa bianca si perda il momentum politico provvidenziale alla ratifica. Anche perché né Hillary Clinton né Donald Trump sembrano entusiasti all’idea di un trattato di libero scambio con l’Ue. Anzi, dei trattati di libero scambio in generale.

Non è la prima volta che il Ttip viene messo in discussione dal mondo politico. Sebbene Gabriel non partecipi alle negoziazioni, che avvengono a livello sovranazionale, si tratta di uno tra i più rilevanti esponenti della prima potenza economica europea. Il suo attacco va come minimo a inasprire i dialoghi tra il vecchio continente e l’amministrazione Obama. Anche perché si somma alle parole del presidente francese Françoise Hollande, che a maggio aveva dichiarato che non avrebbe mai accettato un trattato in contrasto con i suoi principi e la sua cultura, e che pertanto, a quello stato dell’arte, la risposta della Francia sarebbe stata “no”.

Non basta. Com’è noto, il Regno Unito è sempre stato convinto sostenitore del Ttip: con la Brexit, gli States hanno perso il più prezioso (e forse l’unico) alleato europeo. Vero è che potrebbero anche aver trovato, nonostante le dichiarazioni di Obama, un potente compagno di negoziazione bilaterale, sia fine a se stessa che volta a spronare l’Europa nella stessa direzione.

(Federica Colli Vignarelli, via Wired.it cc-by-nc)

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Foto bykst CC0
Foto campact CC-BY-NC

 

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