500 anni fa moriva Hieronymus Bosch: il pittore degli orrori dell’inferno

Il 9 agosto 1516 moriva Hieronymus Bosch. Un personaggio enigmatico, tanto quanto i suoi celeberrimi dipinti pieni di figure ambigue e mostri diabolici: considerato padre spirituale del Surrealismo da alcuni, eretico da altri, dopo 500 anni Bosch non smette di affascinare.

Mostri senza testa, rane con gambe di uomo, brocche con le braccia, bacchette, ierofanti, coltelli, scimmie, uomini a due teste, tunnel luminosi: i quadri di Hieronymus Bosch sono pieni di un simbolismo che oggi può apparire oscuro e difficile da decifrare. Tuttavia le mostruose creature di Bosch parlano secondo metafore e linguaggi ben precisi: bisogna soltanto imparare a decifrare questo linguaggio, per godere appieno del genio inarrivabile del pittore olandese. Sono trascorsi 500 anni dalla sua morte, e l’Europa ha riscoperto la sua arte che in realtà non è mai stata dimenticata: da Venezia a Madrid, passando per l’Olanda, numerose ed importanti sono le retrospettive dedicate a questo genio visionario, che tornano a far rivivere i mostri e le creature da incubo di Bosch e riaprono, in un certo senso, l’inquietudine celata dietro di loro.

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Ciascun elemento non è frutto di una scelta casuale, ma esiste e ha senso all’interno della rappresentazione perché legato ad un altro: le composizioni infernali, con i numerosi episodi di sevizia, mutilazioni, allusioni erotiche che prendono vita man mano, hanno giustificato per molto tempo la lettura di un Bosch sadico, masochista, sessuomane, omossessuale ma forse allo stesso tempo omofobico, afflitto dal complesso di castrazione o affetto da patologie nevrotiche. Insomma, per secoli la figura di Bosch ha racchiuso cura e malattia, sogno e incubo, redenzione e peccato, in uno strano connubio difficile da sciogliere e comprendere fino in fondo. Ma che forse egli non sia “semplicemente” colui che ha saputo guardare più in là di altri nella natura umana? Che non si sia limitato semplicemente a riprodurre su tela le contraddizioni, le ansie e le paure proprie di ognuno di noi?

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Bosch precursore del Surrealismo

Bosch è stato individuato più volte come precursore del movimento Surrealista: gli elementi provenienti da mondi fantastici e visionari, la germinazione spontanea delle figure dettata dall’inconscio, il tema della follia e la deformazione della realtà, tutto ciò gli è valso l’appellativo di “padre spirituale del movimento”. Molti critici hanno visto affinità profonde fra opere come “L’eterno ritorno e le creazioni automatiche” di Bosch e quelle di Tanguy, Ernst, Mirò, Dalì, Magritte e Delvaux. In realtà, il rapporto con il “surreale” è molto più complesso e oscuro di quello che si pensa, perché figlio di un’epoca di profondo mutamento ma ancora legata alle tematiche medievali del mistico e dello spirituale.

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Un messaggio eretico nascosto

Lo studioso tedesco Wilhelm Fraenger ha definito Hieronymus Bosch “il Virgilio della pittura olandese”. Nelle numerose opere a lui dedicate, Fraenger ha più volte ipotizzato che l’arte di Bosch fosse una proiezione del messaggio religioso e rituale della comunità eretica dei “fratelli del Libero Spirito”, ai cui misteri il pittore sarebbe stato iniziato.

Secondo questa tesi, enigmatica e affascinante, Bosch non sarebbe stato soltanto uno straordinario inventore di immagini: la sua è una visione del mondo che in ogni particolare obbedisce a un disegno allegorico di dimensioni più ampie, in cui fonti teologiche, tradizione ermetica e metamorfosi alchemiche sono evocate con immagini di eccezionale pregnanza figurativa.

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Bosch, un profondo conoscitore dell’animo umano

Bosch si stacca completamente dai modelli pittorici contemporanei, oltrepassando i limiti della fantasia e proiettandosi senz’altro in avanti nel futuro nella rappresentazione dell’essere umano in tutte le sue mostruose contraddizioni. Ma non in modo profetico o totalmente astratto dalla realtà che lo circonda; anzi, guardando proprio a ciò che lo circonda, Bosch arriva quasi naturalmente ad elaborare una simbologia così complessa. Alla fine del Quattrocento l’Europa è dilaniata dalle guerre di religione, e sembra scatenarsi una sorta di follia collettiva, di ansia del futuro e di paura per l’ignoto, che la chiesa fomenta e usa a suo piacimento: i tribunali dell’Inquisizione lavorano a pieno regime, streghe e stregoni vengono bruciati sui roghi e basta pochissimo, spesso la semplice delazione, per finire davanti allo spaventoso tribunale.

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Le certezze e le incertezze dell’uomo medievale iniziano a fare i conti e in alcuni casi a scontrarsi profondamente con la scoperta di un orizzonte più vasto, di un mondo nuovo e lontano, in un periodo in cui anche nel seno della Chiesa cattolica cominciano a formarsi le prime crepe di una frattura irreparabile. I punti di riferimento scompaiono, e il mondo sembra capovolgersi in un turbinio senza senso, mentre le profezie su una prossima fine del mondo si moltiplicano, tanto nella letteratura alta che fra il popolo. È così che Bosch riesce a mescolare senso e mancanza di senso nei suoi quadri: perché questo è il mondo che vede attorno a sé. Paradiso e Inferno, creature dalle forme bizzarre e inquiete, caos generatore di mostri e peccati: le sue tele non sono altro che il simbolo, lo specchio delle paure e delle credenze dell’uomo medievale senza più punti di riferimento.

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Dunque a ben guardare, Bosch non fa altro che liberare mostri e visioni proprie di ogni uomo, trasportando sul piano surreale ciò che in realtà è tangibile, presente, e sempre pronto a divorarci. Ne è convinto Dino Buzzati, che nella prefazione a “L’opera completa di Bosch” dice:

«Ma se è così semplice; così limpido! Se non è mai esistito un pittore più realista e chiaro di lui! Altro che fantasie, altro che incubi, altro che magia nera…La realtà nuda e cruda che gli stava davanti…Solo che lui era un genio che vedeva quello che nessuno, prima di lui e dopo di lui, è stato capace di vedere. Tutti qui il suo segreto: era uno che vedeva e ha dipinto quello che vedeva».

(Federica d’Alfonso, via Fanpage.it)

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Immagini: wikicommons

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