È a Raqqa che si vince la guerra

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I collegamenti degli attentati in Francia e Germania con la casa madre di Isis stavano già affiorando. Se ne è parlato diffusamente su queste colonne. Ora sappiamo che l’ondata terroristica che si sta abbattendo sull’Europa fa parte di un piano di guerra. Di spontaneo potrà esserci l’azione individuale. L’offensiva è preparata a monte dallo Stato Islamico.

I lupi azzannano da soli, ma appartengono a un branco. Il branco ha come sempre un capobranco. Per liberarci dei lupi e dei loro attacchi vanno eliminati branco e capobranco. Il terrorismo non si sconfigge a Nizza, a Monaco, a Istanbul o a Dacca. Lì ci si difende; si limitano i danni. Effetti non cause, avrebbe detto Steinbeck. La guerra si vince a Raqqa e a Sirte.

I servizi d’intelligence sapevano abbastanza da allargare immediatamente le indagini, come fatto a Nizza dalla polizia francese. Mantengono giustamente un rigoroso riserbo. C’è voluto il giornalismo investigativo del «New York Times» per rivelare le dimensioni del campo minato che scientemente e metodicamente Isis è andato piantando in Europa. Tocca ora ai politici prendere atto che la teoria dei lupi solitari non regge e trarne le conseguenze.

I lupi solitari comportano l’imprevedibilità degli attacchi e la vulnerabilità degli obiettivi, ma esimono dalla necessità di affrontare il male alla radice, cioè estirpando lo Stato Islamico.

La teoria dei solitari può persino illudere che il terrorismo del disadattato sia contrastabile con l’identikit psicologico, con la rieducazione, con la risposta culturale. Tutto utile, ma marginale. La teoria del branco e del capobranco obbliga a prendere contromisure militari.

Le rivelazioni del jihadista tedesco pentito (ma in carcere di sicurezza), Harry Sarfo, aprono uno squarcio illuminante su capacità operative, intelligence, penetrazione, duri metodi addestramento (poco da invidiare ai Seals americani) di Isis. E’ un nemico agguerrito e abile che non va sottovalutato (Obama ha riconosciuto l’errore di averlo inizialmente giudicato «di serie C»). Ma ancora più importante è l’organica strategia che ne emerge.

Isis rimanda a casa le reclute europee perché portino la guerra nei Paesi da dove vengono. Facile in Francia dove le banlieue e decenni di non integrazione delle comunità maghrebine hanno creato terreno fertile; più difficile in Germania per riluttanza dei «foreign fighters» tedeschi a colpire in patria; rischioso in Gran Bretagna per la stretta sicurezza (dopo gli attentati del 2005 alla metropolitana di Londra); quasi impossibile in America per controlli più distanza.

L’aggressione dello Stato Islamico all’Europa inizia prima di perdere terreno in Mesopotamia. I cedimenti territoriali non possono che averne intensificato gli sforzi.

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Attaccando in casa il nemico occidentale, il Califfato non fa che seguire la dottrina americana post-11 settembre: portare l’offensiva sul territorio del nemico. Isis non ha bisogno di mobilitazioni militari massicce. Ottiene il massimo risultato, seminare terrore, con minimo sforzo e costi trascurabili. Le vite umane dei proseliti, fattisi martiri, sono spendibili.

L’attentato contro Charlie Hebdo nel gennaio del 2015 è stato il primo grosso atto di guerra di Isis contro l’Europa. Alcuni Paesi, in particolare Stati Uniti, Regno Unito e Francia, hanno risposto intensificando la campagna contro il Califfato in Siria e in Iraq. L’offensiva sta cominciando a dare i suoi frutti. Da due giorni, su richiesta del governo libico, Washington ha aperto un altro fronte contro le roccaforti lsis in Libia. Basta un’occhiata alla carta geografica per capire che queste ultime sono una minaccia soprattutto per l’Italia.

Roma esita in Libia, pur rivendicando una teorica leadership. Mantiene una partecipazione minimalista in Iraq, pur innalzata col presidio della diga di Mosul. Fa dunque una piccola parte, ma almeno la fa. Completamente assente è l’Ue che invece torna a vagheggiare, sulla carta, iniziative di «difesa europea». Rimarranno velleitarie fughe in avanti fino a che l’Europa non penserà a come partecipare alla guerra contro Isis. Solo così eliminerà la casa madre del terrorismo che la sta dolorosamente insanguinando. Quella è «difesa europea»: sul Mediterraneo.

(Stefano Stefanini, via LaStampa.it cc-by-nc-nd)

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Foto: Raqqa nel 2013 – Beshro cc-by 2.0
Foto: Bruxelles 2016 – frankieleon cc-by 2.0

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