Trovare le parole giuste

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La paura sta pervadendo le nostre società relativamente benestanti, aperte e mobili, dunque vulnerabili. I cittadini inermi, bambini compresi, sono sempre più il target primario della cosiddetta “guerra ibrida”, cioè terroristica e informatica oltre che militare e civile, anziché esserne il “danno collaterale”, come si usava dire.

Una barbarie che investe innanzitutto gli “stati falliti” di Iraq, Libia e Siria, ma che da lì si riflette a casa nostra. Queste forme arretrate di violenza beneficiano paradossalmente di social media avanzati quali veicoli principali di rivendicazione, propaganda e mobilitazione. Attraverso essi vengono fatte filtrare e amplificare motivazioni, che vanno dai fanatismi islamisti ai rigurgiti neo-nazisti e che permeano una gamma di patologie mentali e frustrazioni sociali, dando loro collocazioni religiose o politiche spesso solo pretestuose.

Il linguaggio dei deboli: paura e violenza

Ma la violenza sta anche inquinando il linguaggio e la pratica della lotta politica nei nostri paesi che si dicono democratici. Durante la Convention repubblicana alcuni sostenitori di Trump agitavano cartelli che chiedevano la morte per impiccagione della Clinton. Si dirà che l’America non è nuova a slogan politici estremi: Dallas era tappezzata di manifesti con il ritratto di Kennedy e la scritta “ricercato per tradimento”in quel giorno del novembre 1963 in cui il Presidente visitò la città texana e vi fu assassinato.

Ma la pratica di insultare gli avversari per delegittimarli e additarli al disprezzo, quando non all’odio, della gente si è molto accentuata nell’ultimo decennio o due. Le argomentazioni e la terminologia di reti televisive come la Fox hanno di fatto preparato nel tempo la retorica dell’antagonismo e della rabbia,che è divenuta dominante nella campagna del preteso magnate newyorkese dai capelli a nuvola gialla.

Si dirà anche che l’America non è sola. Il dibattito britannico sull’uscita dall’Unione europea è stato fortemente influenzato dai media popolari e scandalistici, che hanno sistematicamente propalato storture e falsità sul ruolo e le pratiche delle istituzioni di Bruxelles.

E che hanno spesso esaltato la paura degli immigrati: il polacco che sottraeva il lavoro agli idraulici francesi, secondo una bufala corrente nella campagna che portò al fallimento del Trattato dell’Unione nel referendum tenutosi oltr’Alpe nel 2005, è diventato potenziale stupratore di donne inglesi,quando ci si accingeva a votare per la Brexit. Qui alla durezza delle parole è di fatto seguita quella dei fatti con l’assassinio della deputata Jo Cox, socialmente impegnata e politicamente europeista, da parte di un fanatico del “Britain first”.

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La retorica delle vittime e della guerra

La casistica potrebbe essere estesa ad altri paesi, in alcuni dei quali, come il nostro, la dialettica politica si sta indurendo e involgarendo così da rendere plausibili derive di imbarbarimento. Ma qui ci si vuole soffermare sull’uso delle parole, a cominciare da quello, appunto dilagante, di “paura” e “rabbia”, che sono indicative del fatto che viviamo in società insieme deboli e violente.

Sembrano contribuirvi ancora una volta i media, compresi quelli che intendono essere obiettivi, indipendenti e moderati, siano essi su carta o in onda. L’insistenza sulle immagini delle vittime innocenti, a Nizza come Monaco di Baviera, o della gente che fugge in preda al panico, all’aeroporto di Bruxelles come al museo di Tunisi, spesso riproposte ossessivamente, aiutano il diffondersi della paura e perciò stesso costituiscono un successo per i perpetratori, tanto più se organizzati, e uno stimolo all’emulazione per gli aspiranti terroristi, tanto più se isolati nei loro problemi di psiche e/o di collocazione sociale.

È dubbio che il diffuso ricorso alla retorica della guerra, ancor più se colorita di religione, ci aiuti ad uscire dal quasi ossimoro della debolezza cum violenza. A meno che non si indulga al libero uso delle armi da parte dei semplici cittadini, come vuole certa destra americana, grande sostenitrice di Trump, il monopolio dell’uso della forza resta ai poteri pubblici secondo le regole di civiltà ereditate dall’Illuminismo.

È solo all’esterno che, nella misura necessaria e nelle modalità adatte al carattere ibrido del guerreggiare, l’impiego dello strumento armato può assumere carattere bellico, mentre spetta ai vari corpi di polizia e militari riconvertiti, nonché a quelli di intelligence, difendere la sicurezza interna e ridurre la paura.

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Parole diverse, come coraggio, o ragione

Ma anche il linguaggio può contribuire, riscoprendo parole quasi desuete come il “coraggio”che serve a vincere la paura e la “ragione” da contrapporre alla rabbia. L’uno e l’altra coinvolgono i semplici cittadini, come quel francese che cercò di fermare la corsa del Tir sulla Promenade des Anglais, o gli uomini e donne in uniforme, che abbiamo visto rischiare la vita nel loro operare spesso in condizioni di manifesta impreparazione e disorganizzazione.

Il coraggio e il raziocinio sono requisiti da esaltare nella vasta gamma di interventi che si rendono necessari. Ne tengano ben conto, innanzitutto nei nostri contesti europei e occidentali, sia la politica, reggitrice dei poteri pubblici, sia i media, formatori di opinioni con parole e immagini. Saper “parlare alla pancia” della gente, più che stimolare la ragione, aiutare le scelte e suscitare i valori, sembra invece essere diventato un merito, fonte di potere e di audience. Donde il successo dei partiti e movimenti populisti, nazionalisti e xenofobi, che nella paura e nella rabbia dei cittadini ci sguazzano.

(Cesare Merlini, via Affarinternazionali.it)


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Foto: Bruxelles, 23.3.2016
Ronan Shenhav cc-by 2.0
Foto Emanuele Cardinali cc-by-nc-sa 2.0
Valentina Calà cc-by-sa 2.0

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