Turchia, ultimatum alla UE. Ma l’accordo era già in crisi

La Turchia minaccia di non riconoscere più l’accordo sui rifugiati siglato con l’Unione europea il 18 marzo scorso se ai cittadini turchi non sarà consentito di viaggiare nei paesi della Ue senza visto al più tardi entro ottobre. Lo ha detto il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglou intervistato dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung. La convenzione sui rifugiati, ha detto Cavusoglou alla Faz, ha funzionato perché Ankara ha intrapreso «misure molto serie» nel combattere il traffico di persone. «Ma tutto ciò – ha aggiunto – è legato alla soppressione dei visti per i cittadini turchi, che è oggetto dell’accordo del 18 marzo». Cavusoglu ha precisato che «questa non vuole essere una minaccia», ma «se non si arriva alla liberalizzazione dei visti saremo costretti a prendere le distanze dall’accordo del 18 marzo». La data di ottobre potrebbe essere troppo vicina, ha aggiunto, ma «ci aspettiamo l’indicazione di una data precisa». (La Stampa)

Il tentato golpe in Turchia ha solo accentuato un rapporto già incrinato. Esempio erano state le reazioni, lo scorso due giugno, la risoluzione del Parlamento tedesco riguardo il riconoscimento del genocidio degli armeni, accolta come atto di strumentalizzazione politica da parte di un indignato governo di Ankara, che avevano segnato un’incrinatura nei rapporti diplomatici fra Germania e Turchia.

Il riavvicinamento in autunno

I contatti politici tra i due Paesi si erano intensificati durante lo scorso autunno, da quando la cancelliera Angela Merkel aveva apertamente assunto un ruolo guida nel riavvicinamento fra Turchia e UE, diventando promotrice dell’accordo di marzo finalizzato a contenere l’arrivo di migranti sul suolo europeo. Un piano di azione comune che al 2 giugno era già in una fase di stallo se non di aperta crisi. La scelta del Bundestag di mettere ai voti una risoluzione inevitabilmente destinata a suscitare le ire di Ankara aveva segnato il cambio di posizione della Germania rispetto all’accondiscendenza dei mesi precedenti.

Nonostante forti dubbi sulla legalità e moralità dell’accordo fossero stati sollevati sin dall’inizio, il piano di azione comune era stato infatti a lungo giustificato come unica soluzione praticabile per fermare l’arrivo incontrollato di persone provenienti da Paesi terzi.  Le problematiche di implementazione originariamente paventate non sembravano tuttavia aver mai trovato una soluzione. La capacità di ricezione della Grecia erano apparse subito allo stremo, i ritorni “volontari” in Turchia erano risultati spesso forzati e le altre rotte verso l’Europa avevano continuato ad essere usate dai trafficanti.

erdogan-merkel_(WHS-cc-by-nd)

Valori a confronto

Amnesty International aveva già denunciato l’inadeguatezza del sistema d’asilo turco e la ripetuta violazione dei diritti dei richiedenti asilo e preoccupanti casi di detenzione ingiustificata e deportazione delle persone rimpatriate. Era forse evidente sin da subito che l’accordo non avrebbe portato ad una risoluzione del problema del traffico di migranti e degli arrivi irregolari, specialmente non in rispetto delle norme e valori europei.

Quella che poteva essere una grande occasione per l’Unione per agire conformemente ai propri ideali si era già trasformata in una crisi di solidarietà e dei principi costitutivi dell’UE. La decisione di collegare l’accordo per il rimpatrio dei migranti con la questione dell’adesione della Turchia all’UE e la liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi aveva ulteriormente pregiudicato il progetto valoriale dell’Unione Europea. La Turchia avrebbe avuto diritto ad ottenere la liberalizzazione dei visti in quanto Paese candidato all’adesione all’UE, una volta soddisfatti i settantadue requisiti della tabella di marcia stabilita nel 2013 dalla Commissione Europea. Legare la liberalizzazione dei visti all’accordo per il rimpatrio dei migranti aveva invece fornito al Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan una potente arma di ricatto nei confronti dell’Unione.

Un progetto non liberale

A prescindere dal tentato (o secondo alcuni presunto) golpe e dalla dura reazione infatti, già da marzo Erdoğan aveva ripetutamente minacciato di “inviare” milioni di rifigiati in Europa e si era servito della posizione di dipendenza dell’UE per procedere nella sua marcia verso una forma di presidenzialismo autoritario senza timore di ripercussioni politiche esterne. La repressione della libertà di stampa ed espressione avevano proceduto senza sosta, il primo ministro Ahmet Davutoğlu era stato sostituito con un uomo di partito più fedele alle direttive presidenziali, l’immunità parlamentare era stata tolta aprendo la via ad azioni penali nei confronti dei parlamentari del partito curdo di opposizione.

Questi sviluppi antidemocratici erano avvenuti contemporaneamente alle trattative con le autorità europee, dimostratesi oltremodo deboli nelle loro reazioni. Esemplare eccezione il Parlamento Europeo, che aveva continuato a reclamare una riforma della legge antiterrorismo turca, cornice legislativa all’oppressione di libertà fondamentali. Data l’ostentata opposizione in merito da parte del Presidente e l’assenza di un altro affidabile interlocutore dopo la rimozione di Davutoğlu, il processo di liberalizzazione dei visti non aveva mai dato la sensazione di poter procedere secondo le tempistiche previste.

In questo quadro, il tentato golpe e la dura reazione di Erdoğan impongono all’UE decisioni immediate sull’atteggiamento da tenere verso la Turchia. La speranza è che queste decisioni non riducano a vuota retorica i valori fondamentali europei e che l’UE possa ridivenire, per la Turchia e per gli altri Paesi del suo vicinato, un’ancora di democrazia e non uno spettatore silente della loro deriva.

(Francesca Capoluongo, via Europae)

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Foto EU Council president cc-by-nc-sa 2.0
Foto WHS cc-by-nd 2.0

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