Olimpiadi a rischio: quanto è grave la crisi brasiliana

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Quando il 2 ottobre 2009 il Comitato olimpico internazionale (Cio), riunito a Copenaghen, decise di assegnare al Brasile e alla città di Rio de Janeiro l’organizzazione dei Giochi olimpici del 2016, non immaginava certo che si sarebbe dovuto pentire di quella scelta. Quando quella decisione fu presa il Brasile era sulla cresta dell’onda e aveva già ottenuto un anno prima dalla Fifa il compito di ospitare la Coppa del mondo di calcio nel 2014. Nella scelta del Cio di puntare su Rio de Janeiro, piuttosto che Madrid o Tokyo, aveva influito il fatto che l’America del Sud era l’unica grande area geopolitica a non aver mai ospitato un’Olimpiade, ma soprattutto voleva essere il riconoscimento al Brasile per il suo nuovo status di potenza regionale e l’ingresso fra le nazioni sviluppate.

Allora il Brasile era un paese stabile e in forte crescita economica sotto la guida del presidente Luiz Inácio Lula da Silva, che godeva di un prestigio internazionale indiscusso. Dopo tante speranze e aspettative andate deluse finalmente il gigante brasiliano sembrava avviato a diventare davvero il paese del futuro. L’economia cresceva al ritmo del 5-6% annuo, gli investimenti sia esteri sia interni avevano ripreso ad affluire copiosi, il Brasile era il membro tra i più attivi tra i Brics, il club delle più potenti economie emergenti, che trainavano l’economia mondiale. Non vanno dimenticate alcune virtù verde-oro dimostrate nell’affrontare la crisi del subprime del 2008 da cui il paese, raro caso nel mondo, ne uscì rafforzato grazie all’uso delle riserve di banche di credito ordinario presso la Banca centrale brasiliana (Bcb) per implementare tradizionali politiche anti-cicliche. Se, infatti, all’epoca negli Usa il rapporto riserve-depositi bancari oscillava fra il 3 e il 10% e in Cina era del 15%, in Brasile si attestava al 45% ed all’allora presidente della Bcb, Henrique Meirelles, bastò abbassare questa percentuale a 42% perché si liberassero 69 miliardi di dollari di crediti da usare in funzione anti-ciclica. Inoltre la crescita del Pil non era solo un dato iscritto nelle statistiche e nei conti correnti delle lobby e delle grandi corporation, ma per la prima volta veniva percepita anche nelle tasche della gente comune, delle classi medie e perfino in quelle dei poveri delle periferie delle metropoli brasiliane. Grazie all’aumento dell’occupazione, all’accesso al credito bancario e a generose politiche pubbliche di sostegno al reddito delle fasce meno abbienti dal 2002 al 2012 fra i 30 e 40 milioni di brasiliani sono usciti dalla povertà e sono entrati nella società dei consumi, andando ad ingrossare quello che i sociologi chiamano il “segmento C” della classe media.

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A partire dal 2014 lo scenario è drasticamente cambiato. Già verso la fine del primo mandato della presidente Dilma Rousseff, l’economia cominciò a rallentare sia come effetto del calo del prezzo delle materie prime, fra cui la soia, sia per le strozzature e i nodi strutturali irrisolti dell’economia brasiliana. Immediatamente la crisi si trasferì dal piano economico a quello sociale e alimentò le prime grandi manifestazioni di protesta che esplosero prima dei Mondiali di calcio del 2014. L’errore principale che si imputava alla Rousseff è di non aver capito che l’economia aveva bisogno di stimoli dal lato dell’offerta, mentre si continuava a stimolare la domanda con politiche espansive e un aumento di spesa pubblica con il conseguente peggioramento di tutti gli altri indicatori.  Ciononostante la Rousseff fu rieletta per un secondo mandato nell’ottobre del 2014, con uno stretto margine sul suo avversario il centrista Aecio Neves. In effetti la crescita si è fermata nel 2014 e nel 2015 il Brasile è entrato in recessione. Il Pil è crollato del -3,8%, l’inflazione è schizzata al 10,7%, i tassi di interesse sono al 16% e la disoccupazione ha ripreso a crescere a ritmi sostenuti. Per quei 30 o 40 milioni di brasiliani che avevano assaporato l’illusione di un futuro migliore, la crisi ha significato la fine di un sogno e il ripiombare in una condizione di indigenza e di precarietà da cui in realtà non è mai uscita.

Con lo “scandalo Petrobras” è emersa la messa in crisi di un’intera classe dirigente. Da quando un giovane magistrato di provincia, Sergio Moro, procuratore del distretto di Curitiba, ha scoperchiato il vaso di Pandora della corruzione e ha dato il via all’operazione Lava Jato (Autolavaggio), il Brasile si è guardato allo specchio e ha visto l’inganno di cui è stato vittima. Finora sono finiti in carcere ex direttori e dirigenti della compagnia statale oltre al gotha delle principali multinazionali brasiliane e a un centinaio di parlamentari e uomini politici di tutti i partiti […]

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Foto Andy Miah cc-by-nc
Foto chensiyuan: favela Rocinha, Rio

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