Il seme della Brexit è stato piantato nel 2004

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Un anno prima del referendum britannico i cinque presidenti delle istituzioni europee annunciarono un piano ambizioso per una più intensa Unione economica e monetaria entro il 2025. Il cosiddetto ‘Rapporto dei cinque presidenti’ presentato da Jean-Claude Juncker (Commissione europea), Donald Tusk (Consiglio UE), Martin Schulz (Parlamento Europeo), Mario Draghi (Banca centrale europea) e Jeroen Dijsselbloem (Eurogruppo) impostava una serie di obiettivi.

Il documento faceva riferimento, tra l’altro, alla condivisione della sovranità tra gli Stati membri, la creazione di una tesoreria della zona euro, l’introduzione di un sistema di assicurazione europea dei depositi, l’impostazione di funzioni comuni di stabilizzazione macroeconomica, l’istituzionalizzazione di un maggior coinvolgimento e controllo parlamentare, il rafforzamento del ruolo dell’Eurogruppo, la garanzia di una rappresentanza esterna unificata per l’Unione economica e monetaria, l’istituzione di un Fondo europeo per gli investimenti strategici.

Durante l’anno passato molte di queste iniziative sono stati discusse in seno alle istituzioni europee, senza tuttavia arrivare a decisioni finali, dato che molti membri della zona euro non sono d’accordo su quanto profonda debba essere l’integrazione di tali cambiamenti sistemici verso la creazione di una Unione economica e monetaria. Tutte le indicazioni mostrano ora che la Βrexit sarà una scusa ulteriore per i paesi a congelare l’attuazione del Raporto dei cinque presidenti.

Vale la pena ricordare che nel 2004 nessuno avrebbe potuto immaginare l’uscita di un paese dall’Unione europea. Anche se gli analisti politici concentrano la loro attenzione sull’articolo 50 del trattato europeo che esplicitamente prevede la secessione volontaria di uno stato membro della UE, pochi si chiedono come è stato introdotto tale articolo nel trattato. Dato che la “clausola di uscita” è entrata in vigore il 1° dicembre 2009 nell’ambito del Trattato di Lisbona, molti hanno precipitosamente attribuito l’inserimento della clausola alla crisi economica che si era creata in quel periodo.

Ma questa interpretazione è sia fuorviante che scorretta. L’opzione per il ritiro volontario di una nazione dall’UE è stata introdotta nel 2004 come parte del progetto di Costituzione europea – il trattato internazionale che è stato clamorosamente bocciato dagli elettori francesi e olandesi nel maggio e giugno 2005.

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Ostacoli alla federazione europea

La Costituzione offriva una clausola per il ritiro unilaterale di uno Stato membro dell’Unione Europea, che è stata inserita dopo alcuni anni nel Trattato di Lisbona, ed è divenuta il più noto articolo 50. È da notare che nel 2004 l’economia europea era in ottima forma. Il credito scorreva liberamente, e i partiti populisti erano in una posizione debole. È però interessante notare come la possibilità del ritiro di un paese dall’UE sia stato pensato durante questo periodo di prosperità.

Questo dimostra che anche nei tempi di abbondanza qualche membro dell’UE non voleva consolidamento e integrazione, ma piuttosto creava con costanza ostacoli alla conversione dell’Europa in una piena federazione. Se fossero stati in realtà sostenitori della federalizzazione, avrebbero chiarito che l’essere parte dell’Unione è uno status perpetuo.

La ricetta americana

Questa è la sperimentata ricetta americana per una federazione di successo. Ed è una ricetta che risale al 1869, quando nel caso Texas vs. White la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiarò che gli Stati Uniti d’America sono una unione indistruttibile da cui nessuno Stato può separarsi.

Questa decisione fu presa dopo la fine della guerra civile e in un periodo in cui il separatismo in America era al suo apice. Anche se la Βrexit ha portato nel discorso molti aspetti negativi che sembrano irreversibili, spetta ai politici europei dimostrare che essi in realtà sono convinti che l’Unione europea e la zona euro abbiano un futuro prospero.

Un buon inizio in questa direzione sarebbe lavorare senza tregua per l’implementazione del Rapporto dei cinque presidenti. Questo trasmetterebbe senz’altro un messaggio chiaro: l’euro è qui per rimanere. L’abbandono di questa strategia darebbe invece il segnale che l’Unione europea continuerà ad avvizzire.

(Thanasis Koukakis, giornalista finanziario, editorialista e analista in Grecia, via Euobserver.com – trad. BSlovacchia)

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Foto frankieleon cc-by-2.0, wikimedia,

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