La Slovacchia e l’atomo: scelta corretta? E le altre fonti di energia?

Come più volte riportato dal nostro quotidiano, in Slovacchia l’Enel, attraverso la controllata Slovenske Elektrarne, sta completando la realizzazione della centrale nucleare a Mochovce. Si tratta della «ricostruzione delle competenze necessarie», dichiara il country manager dell’Enel per la Slovacchia Paolo Ruzzini, «per il ritorno dell’atomo in Italia». Ricordiamo che un passaggio fondamentale è stata l’installazione del “vessel”, vale a dire l’involucro all’interno del quale avviene la fusione nucleare. Nei lavori sono impegnati oltre 500 italiani, oltre all’indotto (una trentina di aziende di casa nostra).

Ormai abbiamo le prove concrete che le imprese italiane che operano a vari livelli nel settore dell’energia hanno tutte le competenze per affrontare la questione su basi avanzate ed innovative. Queste imprese sono concretamente in grado di realizzare i nuovi impianti con reattori di nuova generazione, quasi a volere controbilanciare i danni subiti da questi lunghi anni di fermata con la ripartenza da un livello più elevato ed avanzato di sicurezza. La centrale di Mochovce sarà certamente un “biglietto da visita” di non poco conto. Alle volte mi torna in mente quando vent’anni fa si giungeva in Slovacchia ed una delle prime cose che si notava era l’elevato grado di utilizzo del riscaldamento, sia ad uso pubblico che privato. Certo, d’inverno il clima in Slovacchia è rigido, tuttavia, anche con bassissime temperature esterne, quelle interne non erano di certo volte al risparmio. L’energia, grazie al nucleare, costava poco, così come il gas metano. Ora le cose sono nettamente cambiate. Gas metano a parte, che merita altre riflessioni, la Slovacchia sta fortemente investendo sull’energia nucleare e questa realtà la porterà quasi certamente a risultati industriali di tutto rispetto.

Condivido la necessità di sviluppare le energie alternative, pur sembrando alquanto contraddittorio investire milioni di euro in incentivi per lo sviluppo delle biomasse a fronte di una resa energetica assai inferiore per quantità e costo kw/ora di produzione rispetto al nucleare.

Oggigiorno è possibile ottenere energia da materiale di origine organica, pensiamo agli alberi, al plancton, alle alghe e ai vari tessuti organici degli esseri viventi. Gli stessi rifiuti, se trattati, possono produrre energia.

Una considerazione a parte va fatta per l’energia prodotta da colture quali il mais. Il mais è una delle colture più diffuse in Europa, con una produzione (dati FAO 2002) di circa 40 milioni di tonnellate annue. Ho l’impressione che molti agricoltori, spinti dalle incentivazioni pubbliche, non stiano più considerando la produzione di biogas quale integrazione del proprio reddito agricolo, così come è logico per gli allevatori produrre energia dalle deiezioni degli animali, ma si siano fatti coinvolgere in investimenti che sembrano più essere interpretabili come l’ultimo treno dell’agricoltura. L’assurdo sta tutto qui. Bruciare cibo (impianto produzione biogas a prevalenza di insilato di mais) non è solo un controsenso ma a breve tempo potrebbe rivelarsi un boomerang. È difficile poter prevedere quale spirale perversa di prezzi ne potrebbe scaturire. Oltre ad una questione etica che ci rimanda immediatamente ai Paesi sottosviluppati e del terzo Mondo.

(Walter Piacentini)

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