Olimpiadi di Rio, tra rischi e scenari

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Lo spettro di nuovi attentati terroristici firmati dall’autoproclamatosi “stato islamico”- già richiamato dall’Europol in relazione agli europei di calcio svoltisi gli scorsi mesi di giugno e luglio in Francia – potrebbe tornare ad aleggiare in occasione delle ormai prossime Olimpiadi di Rio de Janeiro.

I numeri che ruotano attorno all’evento sono oggettivamente rilevanti: sono attese circa 300 mila persone tra turisti, spettatori e team di atleti internazionali, controbilanciate da un contestuale dispiegamento di circa 80.000 agenti di polizia, forze armate ed operatori di sicurezza.

Una ipotesi di rischio attentati è data come possibile da diversi osservatori, ma non ovviamente sostanziabile quanto a eventuali target e modalità di azione su suolo brasiliano. I margini di imprevedibilità sono elevatissimi, come gli eventi di Dacca del 1̊ luglio e di Nizza del 14 luglio e di Monaco del 22 luglio hanno tristemente dimostrato.

I fattori di rischio sociale per la propaganda di Isis

Alcuni fattori di rischio precursori e facilitanti sono stati individuati dall’Abin (Agencia Brasileira de Inteligencia), ovvero il servizio intelligence federale brasiliano e veicolati ai media.

In un contesto socio-economico fortemente degradato rispetto a 10 anni fa (con un Pil contrattosi del 7% negli ultimi due anni), richiami radicalizzanti nel Paese verde-oro potrebbero attecchire più facilmente in individui appartenenti alle fasce sociali più indigenti, facendosi strada in aree a devianza criminale endogena (favelas, criminalità comune, narcotraffico, tifoseria violenta). Il timore è quello di una islamizzazione di micro-contesti, catalizzando i disagi e gli squilibri sociali.

Sotto questa prospettiva, gli arresti operati dalla polizia federale brasiliana nel mese di luglio nei confronti di una sedicente cellula jihadista brasiliana avrebbero evidenziato l’esistenza di una retorica jihadista già annidata in alcuni circuiti web locali.

Non va inoltre dimenticata l’esistenza di diversi milioni di brasiliani di ascendenza araba, principalmente di origine libanese e siriana (ed in quota minoritaria maghrebina, egiziana, giordana ed irachena). Giunti nel Paese sin dalla metà dell’Ottocento, sono oggi per la gran parte di cittadini di terza o quarta generazione, generalmente ben integrati, dei quali solo poche migliaia arabo-parlanti e di fede musulmana.

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Il villaggio olimpico a Rio 2016

Elementi di mitigazione del rischio

Di contro, c’è da dire che il Brasile non è certo un Paese politicamente esposto o inviso di per sé agli occhi dell’estremismo jihadista. Nel 2014 l’ex ministro degli Esteri brasiliano, Luiz Alberto Figueiredo, aveva addirittura ribadito la contrarietà brasiliana all’effettuazione di raid aerei contro lo “stato islamico” in assenza di una legittimazione forte dell’Onu.

La distanza geografica dai centri di interesse del “Califfato” è inoltre notevole e storicamente il Brasile non ha subito episodi di terrorismo di matrice jihadista.

Altro elemento di mitigazione del rischio su cui riflettere è che in Brasile, a differenza dell’Europa e delle sue periferie urbane, la gran parte degli arabo-brasiliani è di religione cattolica e, soprattutto, parte attiva della vita economica locale. Ciò in virtù nei processi integrativi di lungo corso esercitati nel tempo sulle diaspore libanesi e siriane in Brasile, oggi per lo più dinamici rappresentanti dell’imprenditoria e del mondo degli affari locali.

Vi è infine da osservare come la cultura di vita brasiliana – intesa come liberalità di agire e di costumi – sia per molti versi incompatibile con i precetti oscurantisti dell’islamismo più radicale.

Tra opportunità mediatiche e modelli di minaccia

I terroristi cercano di massimizzare il danno prodotto, secondo differenti metriche del danno e della perdita: numero di vittime, distruzione materiale, economica o simbolica. Secondo un principio di visibilità mediatica, le Olimpiadi di Rio potrebbe essere un target di opportunità sostanzioso, caratterizzando la città carioca in senso narrativo-manipolativo come “lasciva e corruttrice”.

Nella selezione degli obiettivi da colpire, inoltre, quasi sempre le grandi città metropolitane – come Bali (2002), Casablanca (2003), Madrid (2004), Londra (2005), Mumbai (2008), Boston (2013), Parigi (2015), Ankara (2016), Bruxelles (2016) o Dacca (2016) per citare casi di eventi associati al jihadismo islamico – sono state ritenute dai terroristi appetibili nelle Nazioni -bersaglio individuate.

Detto quanto sopra dei luoghi e dei possibili scenari rappresentativi per lo “stato islamico”, un’analisi strutturale dei network terroristici porta a enunciare il seguente principio generale: maggiore è il numero di componenti della cellula, maggiore è la probabilità che la stessa venga intercettata dalle forze di sicurezza.

Nel caso di una radicalizzazione improvvisa o di una azione condotta su base isolata, come potrebbe essere il caso di un ipotetico lupo solitario brasiliano, appare molto più difficile un’opera di prevenzione e monitoraggio.

In definitiva, un attentato terroristico appartiene ad una classe di eventi del tutto peculiare, basata certo su singole, caotiche e talvolta contraddittorie volontà umane, ma possibilmente da inquadrare anche all’interno di principi tendenzialmente lineari.In questo contesto, massima attenzione andrà esercitata dagli apparati di sicurezza affinché i colori del carnevale olimpico restino immacolati, preservando i valori ecumenici sottesi all’evento a cinque cerchi.

(Diego Bolchini *, via Affarinternazionali.it)
* Analista di relazioni identitarie, autore di contributi per diverse riviste specializzate nei settori afferenti geopolitica, sicurezza e difesa.

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Foto Agência Brasil Fotografias cc-by 2.0
Foto Ministerio do Esporte cc-by-nc-sa

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