NATO-Russia: deterrenza e prove di dialogo

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Negli ultimi anni, le relazioni tra NATO e Russia hanno toccato il loro punto più basso dalla fine della Guerra Fredda. Il rapporto tra Bruxelles e Mosca infatti, dopo un periodo di cooperazione e di dialogo con la stipulazione degli accordi di Pratica di Mare nel 2002 istitutivi del Consiglio NATO-Russia, sta attraversando una fase di crisi e di tensioni.

Il processo di allargamento della NATO verso Est – ancora in corso con la prossima adesione del Montenegro – ha ampliato il numero di Paesi che vedono Mosca come un nemico. La nomina di Jens Stoltenberg a Segretario Generale nel 2014 è emblematica del mutamento negli equilibri interni all’Alleanza. La candidatura di Franco Frattini come alternativa al norvegese aveva raccolto il sostegno del Quirinale e le simpatie di molte cancellerie europee, ma fu spazzata via dagli Stati Uniti e dai Paesi baltici, che giudicavano la posizione italiana – ma anche tedesca – troppo accomodante nei confronti di Mosca.

Da allora la NATO ha coltivato la sua ossessione per un’imminente minaccia russa sul suolo europeo, in parte giustificata dalla comparsa dei cosiddetti “volontari” in Crimea e nel Donbass e dall’incremento delle esercitazioni militari condotte dal Cremlino lungo i confini occidentali della Federazione. I Paesi baltici e la Polonia hanno formato una cordata con un ruolo politico preminente nel Consiglio Atlantico, giungendo a condizionare le priorità strategiche dell’Alleanza. Tale linea ha favorito il moltiplicarsi di poderose esercitazioni ai confini orientali – in linea con il rafforzamento della presenza militare stabilito fin dal Vertice di Newport del 2014 – nella convinzione che la deterrenza e l’escalation costituiscano le uniche risposte alla condotta della Russia.

Tuttavia, negli ultimi mesi una serie di dichiarazioni hanno lasciato intendere l’esistenza di un’alternativa in fieri a questo approccio assertivo verso il Cremlino. Tra i protagonisti di questa svolta vi è senza dubbio il Presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi, che già il 5 marzo 2015, nel pieno delle sanzioni e della crisi con Mosca, incontrò il Presidente Vladimir Putin ed il Primo Ministro Dimitrij Medvedev. A giugno 2016 il Premier è tornato in Russia per il Forum economico di San Pietroburgo: nel suo intervento davanti alla platea di imprenditori e analisti ha fatto appello al buonsenso e al rispetto degli accordi di Minsk da parte di tutti, riferendosi all’incapacità di Kiev di implementare i protocolli. Gli accordi disciplinano una decentralizzazione del potere e lo svolgimento di elezioni nel Donbass, ma la Rada (il Parlamento ucraino) sembra incapace di approvare la legge elettorale necessaria. Renzi ha anche dichiarato che la Guerra Fredda è fuori dalla storia e che Europa e Russia devono tornare ad essere buoni vicini. Una posizione suggerita anche dagli importanti investimenti delle aziende italiane nel Paese.

Negli stessi giorni, il Ministro degli Esteri tedesco ed attuale chairman dell’OSCE, Frank Walter Steinmeier, ha criticato duramente l’atteggiamento della NATO definendolo “guerrafondaio”. Il Ministro ha inoltre sostenuto che «qualche parata di carri armati e il tintinnio di spade non porteranno sicurezza ma ulteriori escalation» [1]. Steinmeier si riferiva alle esercitazioni Anakonda e Saber Strike, tenute dalla NATO rispettivamente in Polonia e nei Paesi baltici nel giugno 2016. Dichiarazioni tanto nette lasciano supporre che anche Angela Merkel non sposi l’approccio duro dei Paesi orientali. Fanno eco le parole dell’ex Cancelliere Gerhard Schröder, che in un’intervista al quotidiano Süddeutsche Zeitung ha rimarcato l’inutilità delle sanzioni e della corsa agli armamenti contro la Russia [2]. D’altra parte, sotto gli auspici del Presidente della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, Wolfgang Ischinger, Stati Uniti e NATO hanno informato Putin dei risultati del Vertice di Varsavia dell’8-9 luglio.

Anche sul fronte dei Balcani, il Primo Ministro bulgaro Boyko Borisov si è opposto all’iniziativa della Romania – dove lo scorso 12 maggio, presso la base di Deveselu, è diventato peraltro operativo lo scudo missilistico interalleato – per creare una flotta comune nel Mar Nero e contrastare la presenza russa. Il Ministro della Difesa romeno Mihnea Motoc ha infatti dichiarato che il tema di una flotta permanente sarebbe stato discusso al summit di Varsavia, con una funzione di deterrenza. Tuttavia Borisov ha risposto, non senza una dose di retorica, che la priorità per il Mar Nero è l’aumento del turismo e degli yacht, non di navi da guerra.

Il Ministro degli Esteri austriaco Sebastian Kurz ha proposto all’Unione Europea un progressivo ritiro delle sanzioni in base all’implementazione dei protocolli di Minsk. Nella stessa giornata, il suo omologo francese Jean-Marc Ayrault ha annunciato la necessità di una discussione politica sui futuri rinnovi delle sanzioni, come più volte chiesto anche da Renzi.

Una critica all’approccio muscolare era stata anticipata in un articolo pubblicato dalla rivista statunitense The National Interest a firma di Ted Galen Carpenter, il quale sostiene che l’Alleanza Atlantica dovrebbe smettere di fare pressioni sulla Russia. Secondo Carpenter gli Stati Uniti commettono un errore nel rifiutare di riconoscere una legittima sfera di influenza di Mosca, un doppio standard rispetto alla dottrina Monroe – la quale teorizzava la supremazia statunitense sul continente americano [3].

L’esercitazione Anakonda 2016, la più imponente dalla fine della Guerra Fredda, si è svolta nella Polonia centrale e ha simulato un’invasione russa dall’enclave di Kaliningrad con una massiccia risposta della NATO. Tuttavia il Generale Ben Hodges, Comandante delle truppe di terra americane in Europa, ha lamentato la scarsa capacità di trasferire mezzi pesanti dall’Europa Occidentale in Polonia. Hodges ha inoltre confermato le stime di molti analisti, secondo cui la Russia potrebbe occupare i Paesi baltici molto prima di qualsiasi reazione occidentale. Tali considerazioni vanificherebbero di fatto l’utilità di esercitazioni come Saber Strike e di tutte le contromisure dei governi baltici, compresa la discutibile reintroduzione della leva obbligatoria in Lituania. Sotto il profilo strategico, in Polonia non vi sono minoranze russofone tali da preparare il terreno a situazioni simili a quelle accadute in Ucraina. Dunque la Russia non avrebbe alcun vantaggio ad invadere un territorio totalmente ostile. È lo stesso Generale Waldemar Skrzypczak a riconoscere che il nuovo governo polacco “esaspera l’isteria russofoba” [4]. Skrzypczak è stato protagonista della modernizzazione delle Forze Armate polacche e insieme ad altri quattro Generali si è dimesso denunciando epurazioni da parte del controverso Ministro della Difesa Antoni Macierewicz, a cominciare dalla sostituzione del Direttore del Centro di controspionaggio NATO di Varsavia. Crescenti tensioni potrebbero invece verificarsi nelle regioni a maggioranza russa nella contea di Narva in Estonia o la Letgallia in Lettonia. La contromisura più efficace da adottare non sarebbe militare bensì politica, garantendo alti standard di protezione e uguaglianza per le minoranze russe discriminate e classificate come “non-citizens” o “aliens”, privando così il Cremlino di qualsiasi pretesto per intervenire a protezione dei propri connazionali.

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Foto: i ministri degli Esteri Kerry e Lavrov
(mfarussia cc-by-nc-sa)

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