UE, porte girevoli nel controllo delle frontiere

Il Parlamento europeo ha approvato la creazione dell’Agenzia europea di guardia costiera e di frontiera. Ma un piano di difesa delle frontiere contro l’immigrazione irregolare non incide sui fattori che determinano i flussi migratori. Vanno previsti canali di ingresso legale. L’esperienza Usa.

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Una politica migratoria comune

Il Parlamento europeo ha da poco approvato l’istituzione della nuova Agenzia di guardia costiera e di frontiera europea: con maggiori risorse e più autonomia rispetto a Frontex, opererà per il controllo comune dei flussi migratori dai paesi extra-Ue.

Se pensiamo alle difficoltà dell’Unione Europea nel gestire in modo unitario i processi migratori, l’istituzione dell’Agenzia sembra una buona notizia. L’aumento dei flussi del 2015 (vedi le immagini sotto) ha avuto origine principalmente in contesti di conflitto (Siria, Iraq, Nigeria, e Sud Sudan). Tuttavia, sull’onda dell’emergenza, ha influito anche sul disegno di politiche migratorie di lungo periodo.

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Il 13 luglio la Ue ha poi approvato una proposta di revisione della normativa comune in materia di asilo, omogenea per tutti gli stati membri. Anche la politica sugli ingressi di lavoro extra-Ue richiede un livello di coordinamento maggiore, a causa della natura strutturale dei flussi migratori e dei problemi comuni a molti paesi europei, quali l’invecchiamento della popolazione o la crescente polarizzazione del mercato del lavoro.

Tuttavia, l’attuazione di una politica di confine, seppur comune ed eurocentrica, va solo parzialmente in questa direzione. Un piano di difesa delle frontiere europee per contrastare l’immigrazione irregolare, senza creare o allargare canali alternativi di ingresso legale, rischia infatti di non incidere sui fattori che determinano i flussi migratori (né quelli forzati da guerre e conflitti, né quelli volontari), ma di generare effetti negativi.

Le migrazioni internazionali per motivi economici sono strettamente legate alle disuguaglianze salariali, di reddito e di benessere fra i paesi, che creano forti incentivi, soprattutto per gli individui più istruiti o più produttivi (per esempio i giovani), a emigrare. Le enormi differenze di salario si aggiungono alle problematiche strutturali di molti dei paesi di origine dei migranti: mercato del lavoro segmentato; difficile accesso al credito; assenza di sistemi di welfare.

In questo contesto, le politiche di controllo dei confini (ed eventuali rimpatri) non riducono in modo significativo i flussi migratori (Hanson, G., 2007). The Economic Logic of Illegal Immigration. Council Special Report No. 26, Council on Foreign Relations). Un esempio emblematico sono gli Stati Uniti, dove una costosa politica restrittiva di contrasto all’immigrazione alla frontiera con il Messico ha di fatto trasformato la migrazione fra i due paesi da un flusso di migranti temporanei o circolari in un stock permanente di 10 milioni di immigrati irregolari.

I rischi di una politica di confine

Sul piano teorico, un inasprimento del controllo dei flussi dovrebbe aumentare la probabilità dei respingimenti dei migranti irregolari e quindi dovrebbe scoraggiare la migrazione illegale. Tuttavia, l’esperienza sia degli Stati Uniti degli anni Novanta sia dell’Ue negli anni Duemila suggerisce che il risultato è essenzialmente uno spostamento delle rotte e delle modalità della migrazione.

Nell’Unione Europea dal 2004 a oggi – ovvero dopo la nascita di Frontex e la militarizzazione delle coste iberiche — abbiamo assistito al dirottamento dei flussi dal Mediterraneo occidentale a quello centrale (che arriva in Sicilia) e poi a quello orientale (dalla Turchia al Nord Europa tramite Grecia/Bulgaria/Balcani via terra). Dopo la recente chiusura di queste ultime rotte migratorie (il 20 marzo 2016 è stato firmato l’accordo con la Turchia) si prevede un nuovo incremento dell’utilizzo della rotta centrale, quella più pericolosa, che finora ha generato più vittime (Frontex Risk Analysis Reports).

A causa dell’aumento della difficoltà di attraversare i confini, negli Stati Uniti e in Europa, il 90 per cento dei migranti usa contrabbandieri o trafficanti per emigrare. La conseguenza è che i rendimenti del crimine organizzato e la possibilità di fare profitti illeciti aumentano, perché i percorsi sono più lunghi e difficili e perché la domanda migratoria non diminuisce (la migrazione irregolare può addirittura aumentare, alimentata dalla riduzione di quella regolare). Il risultato è che il business dei migranti si è ingrandito (vale 5 o 6 miliardi di dollari) mentre i rischi sono trasferiti interamente sui migranti. Inoltre, la durata della migrazione aumenta e invece di essere temporanea (come la gran parte dei migranti desidererebbe) diventa permanente.

Avere una politica comune e unitaria in materia di migrazioni internazionali è un obiettivo auspicabile, ma interventi finalizzati solo al controllo e respingimento alle frontiere hanno costi (economici e sociali) altissimi rispetto alla loro efficacia e rischiano di scontrarsi con le forze razionali e irreversibili della mobilità del lavoro. Occorre gestire in un’ottica globale e di lungo periodo l’accesso legale al mercato del lavoro, attraverso una politica migratoria e di cooperazione internazionale più aperta e inclusiva, che non introduca nuove distorsioni alle preesistenti imperfezioni e divari fra i paesi di origine e di destinazione. Ciò è nell’interesse sia dei migranti sia dei paesi che li accolgono.

(Mariapia Mendola, via LaVoce.info)

 

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Foto ec.europa.eu

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