Può l’Islam essere democratico e laico?

Sono in molti a sostenere che la democrazia non può coesistere con l’islamismo. Ma forse è vero il contrario, almeno per alcuni paesi del Sud-est asiatico: la democratizzazione è andata di pari passo con l’islamizzazione. Perché la laicità non si può imporre. Modelli, popoli e valori condivisi [Articolo * di Shadi Hamid, via La Voce].

mecca-arabia-islam_(CameraEye-cc-by)

Si può imporre la laicità?

Nella teoria e nella pratica, l’Islam ha dimostrato una forte resistenza alla secolarizzazione, persino (o in particolare) in paesi come la Turchia e la Tunisia dove i tentativi di renderlo una questione privata sono stati più vigorosi. Come argomento nel mio nuovo libro Islamic Exceptionalism, cosa significa nella pratica il fatto che l’Islam sia anomalo nella sua relazione con la politica?

In quanto liberali occidentali, non dobbiamo necessariamente approvare – né deve necessariamente piacerci – il ruolo prominente dell’Islam nella politica, ma dobbiamo accettare la vita come è effettivamente vissuta e la religione così come è effettivamente praticata nel Medio Oriente e in altre zone. Che forma dovrebbe prendere, però, questa “accettazione”?

Primo, quando i due concetti sono in contraddizione, “accettare” significa dare priorità alla democrazia rispetto al liberalismo. In altre parole, non esiste un vero modo per obbligare le persone a essere liberali o laiche se non lo sono o non vogliono esserlo. Obbligare alla laicità significherebbe avere un approccio accondiscendente e paternalistico verso il Medio Oriente – un approccio che il presidente Barack Obama e altri esponenti della sua amministrazione hanno ripetutamente espresso, e dunque non appartiene solo alla destra.

Se il nostro liberalismo in quanto americani è legato al contesto (siamo cresciuti in una società liberal-democratica), allora anche gli egiziani, i giordani o i pakistani in modo simile saranno un prodotto del loro contesto.

Democrazia e islamismo

Bisognerebbe sempre diffidare dei “modelli” di qualsiasi genere, visto che i modelli, come quello della Turchia, tendono a essere deludenti. Detto questo, ci sono alcuni buoni esempi fuori dai confini del Medio Oriente che meritano un’analisi più approfondita. L’Indonesia e, in misura minore, la Malesia sono spesso citati come modelli di democrazia, pluralismo e tolleranza. Tuttavia, forse paradossalmente, questi due paesi attuano molte più regole della shariah di quanto non avvenga, ad esempio, in Egitto, Tunisia o Marocco.

In un suo articolo, lo studioso indonesiano Robin Bush documenta alcune ordinanze di shariah imposte nelle regioni più conservatrici dello stato, compresi l’obbligo di indossare “vestiti musulmani” per i funzionari pubblici e per gli studenti così come l’obbligo per le donne di indossare il velo quando ricevono servizi dal governo locale, oppure dare dimostrazioni di capacità di lettura del corano per essere ammessi all’università o per ottenere la licenza di matrimonio. Ma qui sta l’inghippo. Secondo uno studio del Wahid Institute di Giacarta, molte di queste regole sono state introdotte da partiti apparentemente laici, come Golkar.

Com’è possibile? L’attuazione della shariah è dunque parte del dibattito pubblico in Indonesia, trasversale a ideologie e schieramenti politici. E ciò suggerisce che l’islamismo non riguarda necessariamente solo gli islamisti, ma riguarda la popolazione in generale, aperta a un Islam che gioca un ruolo centrale nello stabilire leggi e regole dello stato.

In sintesi, non è che la religione fosse meno “problematica” in Indonesia e Malesia; semplicemente, lì erano più disponibili e immediate le soluzioni. L’Islam poteva essere anomalo anche in quei casi, ma il sistema politico era più interessato ad adattarsi a questa realtà piuttosto che a sopprimerla. Lì non c’era una radicata élite laica come invece c’era in molti paesi arabi. Allo stesso tempo, i partiti islamisti non erano molto forti, così la polarizzazione non è stata tanto profonda e destabilizzante. L’islamismo non era territorio di un solo partito, ma di molti. In un certo senso, gli islamisti hanno bisogno dei laici e i laici degli islamisti. Ma in Indonesia e Malesia c’era una via di mezzo più forte, e la via di mezzo si è stabilizzata su un sistema di valori relativamente poco controverso, ma di stampo conservatore.

Nel Sud-Est asiatico, quindi, la democratizzazione è andata di pari passo con l’islamizzazione. In parole più semplici, se molti ritengono che la democrazia non possa coesistere con l’islamismo, è invece vero il contrario. A distinguere l’Indonesia e la Malesia, così come il loro elettorato, non è tanto una maggiore capacità di abbracciare la graduale privatizzazione della religione. La differenza è che il loro stile di politica islamica suscita molta meno attenzione in Occidente, in parte perché non sono considerati essenziali dal punto di vista strategico e, forse in misura maggiore, perché l’introduzione della legislazione islamica è stata semplicemente meno controverso a livello nazionale. Si è scesi a patti con il ruolo dell’Islam nella vita pubblica, mentre in molte parti del Medioriente non è stato così – almeno non ancora.

(Shadi Hamid, via LaVoce.info)

* L’articolo originale in inglese è stato pubblicato sul sito dell’Aspen Institute e poi ripreso sul sito del Brookings Insitute.

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