Cosa significa che la Turchia ha sospeso la convenzione sui diritti umani

La decisione della Turchia di derogare dalla convenzione dei diritti umani preoccupa, ma i limiti sono chiari su quello che non si può fare.

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In Turchia, dopo il fallito tentativo di golpe della scorsa settimana, gli eventi incalzano e, parallelamente all’annuncio dello stato di emergenza per tre mesi, è arrivata anche la decisione di sospendere la Convenzione europea sui diritti umani, come annunciato dal vice primo ministro Numan Kurtulmus. Un combinato che desta preoccupazione e che viene già definito, ad esempio da Amnesty International, “presagio agghiacciante di ciò che avverrà”.

Ma cosa significa sospendere il trattato internazionale che tutela i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali e che conferisce alle persone la possibilità di adire alla Corte europea dei diritti, in caso di violazioni subite? Viene sospeso in sé o si va in deroga agli obblighi previsti dalla convenzione, adottando delle singole misure? Come sottolineato da parte turca, e come prevede il trattato, la possibilità di deroga esiste, ai sensi dell’articolo 15 della Convenzione, in tempi di emergenza pubblica, se viene minacciata la vita di una nazione (molti casi precedono quello turco).

Come chiarisce il Consiglio d’Europa, di cui la Turchia è antico membro, tuttavia, non ci può essere deroga in alcun caso all’articolo 2 (diritto alla vita), all’articolo 3 (divieto di tortura e trattamenti inumani o degradanti), all’articolo 4 (in relazione al divieto della schiavitù) e all’articolo 7 (nulla poena sine lege, cioè nessuno può essere condannato per una azione o una omissione che, al momento in cui è stata commessa, non costituiva reato secondo il diritto interno o internazionale).

L’articolo 15 stabilisce quindi che, in eccezionali circostanze, si possa derogare, in maniera temporanea, limitata e controllata, dal garantire determinati diritti e libertà sotto la Convenzione. Tuttavia, eventuali deroghe non possono essere in contrasto con altri obblighi dello Stato ai sensi del diritto internazionale e nemmeno agli articoli di singoli protocolli (per esempio, il diritto a non essere giudicato due volte o alla proibizione della pena di morte).

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Dal punto di vista procedurale, lo Stato che esercita il diritto di deroga deve mantenere il Segretario generale del Consiglio d’Europa pienamente informato, anche della data in cui queste misure cessano d’essere in vigore e in cui le disposizioni della Convenzione riacquistano piena applicazione. E inoltre, nei casi di deroga, la Corte europea dei diritti dell’uomo può decidere se c’è proporzionalità in conformità ai criteri stabiliti. Tuttavia è da vedersi cosa succederà e le premesse dei giorni scorsi non sembrano affatto confortanti.

(Fonte Wired.it cc-by-nc-nd)

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Foto Esin cc-by-nc-sa
Foto © arif_shamim

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