La Nato alla ricerca di un nuovo equilibrio

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La decisione di tenere a Varsavia il Vertice della Nato era stata presa a suo tempo per celebrare l’appartenenza irreversibile degli ex paesi socialisti dell’Europa orientale alla famiglia atlantica.

Terrorismo, Brexit, l’ombra di Donald Trump sono intervenuti a complicare questo scenario e il simbolismo ha ceduto il passo a nuovi fattori di tensione, dietro cui fa capolino la tentazione di trovare un nemico laddove non si riteneva più possibile.

Addio spirito di Pratica di mare

Sembrano lontani i tempi dello “spirito di Pratica di Mare” quando, nel 2002, si sancì la fine del confronto Est-Ovest con la creazione di uno spazio di sicurezza condivisa di cui la Russia e l’Alleanza Atlantica avrebbero dovuto essere parte, per far fronte insieme alle nuove minacce globali.

La dissoluzione degli imperi è un processo lungo e complesso (dopo oltre sei decenni, non si è concluso del tutto neanche in Gran Bretagna): l’idea che la Russia potesse metabolizzare la fine del suo in qualche anno – facendo proprio senza colpo ferire l’impianto politico ed ideologico del vincitore – scontava forse un eccesso illuministico, alimentato dall’idea di un mondo unipolare destinata a scontrarsi ben presto con la realtà. E infatti non è durata: poco importa adesso se per eccesso di confidenza ideologica da una parte, o errori di percezione dall’altra.

Putin ha utilizzato in maniera spregiudicata le forme del processo democratico per dare corpo alla frustrazione di un paese impoverito e deluso, puntando sul suo desiderio di recuperare una identità nazionale coartata e vedersi riconosciuto uno spazio politico non da paese sconfitto, ma da protagonista di primo piano.

Il consenso di cui gode è viziato ma solido e non è messo granché in pericolo dalla crescente deriva autoritaria all’interno; una nuova linea di demarcazione fra Est ed Ovest è così pian piano riapparsa in Europa, in maniera più sfumata e secondo un percorso che rispecchia l’andamento dell’influenza di Mosca.

È naturale che ciò abbia provocato la reazione di paesi che, appena sottrattisi ad essa, tutto vorrebbero fuorché trovarsi nuovamente in condizioni di sovranità condizionata, e hanno cercato dalla Nato una garanzia efficace contro un simile rischio.

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Frontiere e confronti

È una aspetttativa politicamente e storicamente legittima, ma tornare a dare una valenza di confronto all’idea di frontiera, non è utile. L’Ucraina è una cartina di tornasole importante, da questo punto di vista: è un paese situato geograficamente lungo la vecchia faglia dello scontro Est-Ovest, con una minoranza russofona e filorussa, e una maggioranza certamente antirussa, sulle cui credenziali democratiche qualche dubbio non sarebbe fuori posto.

Nulla autorizza quanto accaduto nel Donbass e ancor meno l’annessione della Crimea (su cui dopo un lungo silenzio il Consiglio Atlantico è tornato a Varsavia a far sentire la sua voce). Ciò detto, rimane un “territorio di mezzo” che dovrebbe poter costituire una zona di interposizione non conflittuale, in cui risolvere congiuntamente gli scontri in atto.

Non è un caso che anche un vecchio “falco” come Zbigniew Brzezinski abbia parlato di una nuova zona di sicurezza in Europa sul vecchio modello finlandese, e il ministro degli Esteri tedesco, Steinmeier, abbia lamentato alcuni eccessi declaratori sul versante Nato: il venticello della guerra fredda che si coglie ogni tanto dalle parti di Bruxelles – e non solo – è tanto suggestivo per alcuni, quanto potenzialmente pericoloso.

Estendere ulteriormente la linea dell’Alleanza Atlantica verso oriente non servirebbe ad aumentare la nostra sicurezza. I quattro battaglioni che la Nato ha deciso oggi di posizionare in Lituania e in Polonia, alla frontiera con la Russia, costituiscono una garanzia politica rafforzata da uno strumento militare a valenza simbolica.

Così come politica, militare e corrispondentemente simbolica sarebbe la probabile risposta russa, di nuove basi nell’enclave di Kaliningrad (il fantasma di Kant guarderà con orrore al destino della sua città natale). È una logica che conosciamo, che ritenevamo superata, di cui non è sempre facile controllare gli sviluppi e non è detto sia il modo più efficace per definire i paletti di un quadro stabilizzato di rapporti con Mosca.

Mentre l’ombra di un ipotetico, ma non impossibile Presidente Trump si staglia all’orizzzonte, un serio calcolo di costo beneficio su qualsiasi ipotesi di escalation si impone.

Le provocazioni iper-nazionaliste di Putin coprono una debolezza interna che il suo personale pivot to Asia non risolve: le aperture da lui fatte alla vigilia del vertice di Varsavia confermano che c’è spazio per ragionare a mente fredda.

Non si tratta di cedere al ricatto dell’economia, come qualcuno un po’ superficialmente sostiene; certo è un tema importante per la Germania e l’Italia – e bene ha fatto Renzi ad andare a San Pietroburgo – così come lo è la dipendenza energetica. Ma assicurare l’equilibrio geopolitico governando il livello di confronto risponde all’interesse di tutti, anche di Varsavia e Vilnius.

(Antonio Armellini, via Affarinternazionali.it)
L’autore è Ambasciatore d’Italia e commissario dell’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente (IsIAO)

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