Lo strabismo sul Califfo che semplifica la realtà

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Un’inchiesta durata sette anni e riassunta in dodici volumi. Il Rapporto Chilcot, focalizzato sul coinvolgimento di Londra nella Guerra in Iraq (2003-2009), conferma, con nuovi dettagli, che i piani su cui si fondava l’attacco erano inadeguati, che le basi giuridiche attraverso cui si cercò di avallarlo erano “lontane dall’essere soddisfacenti” e che la principale giustificazione all’intervento (il possesso di armi di distruzione di massa da parte del regime di Baghdad) si basava su dati fallaci.

Le azioni di Washington e Londra, prosegue il rapporto, hanno minato l’autorità del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e gettato l’Iraq nel caos: un esito che, secondo le conclusioni dell’inchiesta, era largamente prevedibile.

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Il rapporto Chilcot dimostra che la guerra in Iraq è stata un errore

All’indomani della pubblicazione del rapporto i maggiori media britannici, su tutti Bbc e Guardian, hanno prontamente denunciato le scelte dell’ex premier Tony Blair, omettendo tuttavia di ricordare l’ampio appoggio mediatico che essi stessi hanno fornito nel 2003 a supporto dell’intervento militare.

La conferenza stampa di Blair che accetta la responsabilità totale sulla decisione di intervenire in Iraq (qui il video integrale):

Cause versus sintomi

A tredici anni di distanza dallo scoppio della Guerra in Iraq, il Paese è alle prese con un’ennesima fase di transizione. L’autoproclamatosi “stato islamico” riveste in essa un ruolo mediaticamente centrale, che in alcuni casi non aiuta a fare chiarezza su divergenti interessi e un complesso vissuto locale.

Il “califfato” continua a distribuire copie dei testi del fondatore del wahhabismo Ibn ʿAbd al-Wahhab nelle aree dell’Iraq e della Siria sotto il suo controllo e si rifà a molte delle sue tesi più influenti, incluso l’obbligo per tutti i fedeli di giurare fedeltà a un singolo leader musulmano, preferibilmente un califfo. Da un punto di vista ideologico lo “stato islamico” ha dunque radici riconducibili in larga parte al wahhabismo e al retaggio storico saudita.

Da un punto di vista più pratico, tuttavia, l’ascesa dello “stato islamico”, finanziato in maniera consistente con fondi provenienti dal Golfo, è in larga parte il sintomo (non la causa) di un malessere covato a partire dal 2003 e intensificatosi negli anni a seguire.

Nel contesto iracheno, per larga parte del XX secolo l’identità confessionale ha ricoperto un ruolo marginale o secondario. Fanar Haddad, autore di Sectarianism in Iraq: Antagonistic Visions of Unity, ha notato che prima del 2003 un senso di appartenenza a una identità sunnita “semplicemente non esisteva”.

Dopo il 2003, le “politiche identitarie sono diventate la norma piuttosto che un’anomalia, in quanto sono parte di un sistema. A confermarlo è il fatto che la prima istituzione creata nel 2003 a seguito dell’occupazione militare è stata l’Iraq Governing Council – esplicitamente basato su criteri confessionali”.

Da allora, la componente sunnita locale ha subìto un crescente processo di marginalizzazione e continue vessazioni che hanno avuto nella pulizia etnica del 2006-2007 – quando molti sunniti furono obbligati a lasciare Baghdad in favore della provincia di Anbar – uno degli episodi più significativi.

Hezbollah sunnita

Su un piano ideologico, l’ascesa dello “stato islamico” ha rappresentato in questo senso una significativa valvola di sfogo per una percentuale rilevante di sunniti. Si tratta, mutatis mutandis, di un “processo storico” che per alcuni aspetti ricorda l’ascesa di Hezbollah nel Libano degli anni Ottanta, quando la componente sciita locale decise di reagire a una radicata e crescente situazione di marginalizzazione e sotto rappresentanza.

Qualsiasi strategia finalizzata a porre fine allo “stato islamico” e ai crimini contro l’umanità di cui continua a macchiarsi dovrà dunque essere basato sulla consapevolezza che esso rappresenta il sintomo di un problema strutturale.

Una soluzione sostenibile dovrà quindi passare per un sistema inclusivo che incoraggi alleanze politiche che travalichino la divisioni etniche e religiose. In caso contrario, anche qualora scomparisse lo “stato islamico” rimarrebbero intatte le condizioni che ne hanno reso possibile l’ascesa.

A ciò si aggiunga che ulteriori ingerenze esterne – incluse le armi fornite da Mosca e Teheran, nonché le bombe e i droni, soprattutto statunitensi, inglesi e tedeschi, che continuano a provocare la morte di un ampio numero di civili in Iraq e nel resto della regione – non possono che rendere ancor più arduo l’obiettivo dell’inclusività e rappresentano un aiuto significativo a gruppi come lo “stato islamico” nella loro opera di reclutamento di giovani rancorosi.

Oltre l’isolamento dorato

Nel contesto iracheno l’attenzione dei media internazionali e, di riflesso, dell’opinione pubblica è rivolta in larga parte alle azioni e alle strategie dello “stato islamico”, che da più parti viene percepito come il solo gruppo responsabile della conquista delle città sunnite poste a nord della capitale Baghdad.

Ciò tuttavia rischia di semplificare un quadro locale più complesso, relegando numerosi altri gruppi jihadisti di primo piano – inclusi Jaysh Rijal al-Tariqa al-Naqshbandia, al-Majlis al-Askari al-Amm li-Thuwwar al-Iraq, Ansar al-Islam – al ruolo di comparse.

A ciò si aggiunga che rivolgere una quasi esclusiva attenzione allo “stato islamico” (o alla recente “liberazione di Fallujah”, scandita dai massacri compiuti dalle milizie a maggioranza sciita di Al-Hashd Al-Sha’abi) rischia di porre in secondo piano problemi non meno strutturali come la corruzione e il cattivo funzionamento istituzionale che continua a destabilizzare l’Iraq.

A fine aprile migliaia di attivisti (soprattutto sciiti) hanno abbattuto parte dei muri che recingono la Green zone, posta nel centro di Baghdad. Essa, costruita come presidio temporale dalle forze di occupazione statunitensi nel 2003 per proteggersi da incursioni esterne, è rimasta intatta anche dopo il loro ritiro.

L’élite irachena continua a investire ingenti quantità di denaro pubblico all’interno della Green zone per garantire a se stessa e alle proprie famiglie elevati standard di vita (macchine, ville, sistemi di sicurezza). Un Iraq pacificato dovrà necessariamente passare (anche) attraverso la fine di questo “isolamento dorato”, obbligando le élite al potere a rispondere delle proprie azioni e a condividerne gli oneri con la popolazione locale.

(Lorenzo Kamel, via Affarinternazionali.it)

Lorenzo Kamel ha pubblicato “Arab Spring and Peripheries” (Routledge 2016) e “Imperial Perceptions of Palestine: British Influence and Power in Late Ottoman Times” (selezionato nella cinquina finalista del Palestine Book Award 2016).

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Foto Alan Denney cc-by-nc-sa

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