Sharing economy, non senza conseguenze

Lo sviluppo dell’”economia numerica” e in specifico di quella della condivisione appare una tendenza certamente destinata a diventare sempre più pervasiva – [di Vincenzo Comito, via Sbilanciamoci.info]

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Lo sviluppo recente della cosiddetta economia della condivisione (sharing economy), ancor più se collegata alla più generale spinta verso la numerizzazione del sistema economico, pone dei problemi su diversi fronti. In questo articolo vengono affrontati soprattutto quelli relativi alla possibile modifica nella struttura dei mercati.

Si possono delineare in questo senso almeno sei principali tendenze.

  1. Ipermercantilizzazione e fabbisogni di capitale

Si può registrare, con l’affermarsi di tali nuove attività, una “ipermercantilizzazione” delle relazioni sociali (Chavagneux, 2015). Le attività capitalistiche diventano ancora più pervasive e tendono ad estendersi a molti beni sino a ieri in gran parte esclusi dal circuito mercantile, quali le auto o gli appartamenti delle persone.

D’altro canto, le attività in oggetto impiegano normalmente bassi livelli di capitale; le auto, gli appartamenti, ecc., sono in realtà acquistati da chi rende materialmente il servizio. Dal punto di vista delle nuove imprese appare certamente meglio controllare una piattaforma piuttosto che le attività sottostanti: Uber non possiede veicoli, così come Airbnb non possiede alcun appartamento.

Più in generale, una società come Uber deve far fronte a pochi investimenti e a poche spese. L’uscita più importante è costituita in genere dallo sviluppo di un’applicazione informatica, che richiederà certamente un esborso iniziale di rilievo, mentre poi i costi di mantenimento della stessa appaiono normalmente minimi. L’economia della condivisione e, più in generale, l’economia numerica tendono a ridurre la spesa per investimenti del sistema economico. Si pensi all’impatto in questo senso di Airbnb sulla costruzione di nuovi alberghi, a quello di Uber e altre imprese del settore sulla domanda di nuove auto, o di Amazon sulla costruzione di centri commerciali (Summers, 2016).

  1. Le spinte oligopolistiche

Le piattaforme internet non vogliono certo sopprimere le rendite, più o meno importanti, sino ad oggi ottenute dai guidatori di taxi o dalle agenzie immobiliari, ma vogliono in realtà accaparrarsele, alla ricerca di un monopolio assoluto nei vari settori (Chavagneux, 2015). Si passa, in effetti, da mercati in cui sono spesso fortemente presenti o predominanti le piccole e medie imprese ad una situazione tendenzialmente monopolistica o almeno oligopolistica.

Tali sviluppi sono del resto simili a quelli che si vanno svolgendo più in generale nel settore delle aziende direttamente legate ad internet. Google è il quasi monopolista della ricerca on-line, Facebook è di gran lunga il più grande network sociale del mondo, mentre Amazon è, ancora di gran lunga, il più importante sito di commercio elettronico (Gelles, Isaac, 2016), naturalmente escludendo in tutti i casi il mercato cinese, nel quale esistono delle imprese di dimensioni comparabili o superiori a quelle dei gruppi appena citati.

  1. La destabilizzazione dei settori

L’arrivo di queste nuove imprese sta scuotendo alcuni settori la cui struttura imprenditoriale sembrava consolidata. In prima linea si trova in particolare, in questo momento, oltre al settore di trasporto delle persone, il business alberghiero, con le grandi catene messe in rilevante difficoltà da Airbnb. La nuova società sta erodendo la base di clienti dei gruppi più importanti e sta contribuendo a calmierarne i prezzi, anche in relazione al fatto che i piccoli proprietari privati degli appartamenti hanno certamente costi fissi molto inferiori a quelli degli alberghi (Zampaglione, 2015). D’altro canto, l’azienda statunitense ha immesso in poco tempo sul mercato centinaia di migliaia di nuove stanze, sconvolgendo la routine del business in diversi paesi.

Una delle conseguenze di tali novità è la spinta, quasi obbligata, alla fusione-integrazione delle grandi imprese alberghiere esistenti, per aumentare la loro capillarità di presenza e per puntare su ulteriori possibili economie di scala.

Al livello più generale dell’economia numerica, va ricordato che le tradizionali imprese dell’auto sono ora sotto attacco da parte dei vari Google, Uber, Facebook e che anche il sistema bancario vede uno sbarco crescente delle società finanziarie a basa numerica.

  1. Usa, Cina, Europa

Quello dell’economia della condivisione e, più in generale, dell’economia numerica, sta diventato un campo di battaglia fondamentale tra Cina e Stati Uniti per il predominio dei mercati, nell’ambito di una lotta più vasta per l’egemonia globale. Così, nel settore del commercio elettronico al predominio di Amazon in Occidente, si contrappone quello di Alibaba in Cina, azienda quest’ultima persino molto più grande della prima. In quello dei sistemi di pagamento on-line, la statunitense Paypal si contrappone alla cinese Alipay; nel campo dei motori di ricerca Google si trova di fronte a Baidu, mentre nel campo delle piattaforme sociali la cinese Sinaweibo fa il paio con Facebook; e si potrebbe continuare. Preoccupa che le società a capitale europeo siano oggi sostanzialmente ai margini di tali attività, ciò che significa che, a lungo termine, la struttura economica del nostro continente tenderà ad impoverirsi sempre di più.

  1. Cambia il governo delle imprese

Una ulteriore tendenza fa riferimento al mutamento nelle modalità di funzionamento del sistema della grande impresa, una trasformazione che ha fatto pensare a qualcuno anche ad una “reinvenzione” della stessa (The Economist, 2015, b).

L’affermazione delle società operanti nel settore dell’economia della condivisione sembra inserirsi, in effetti, in un fenomeno più vasto riguardante un mutamento in atto da diversi decenni nel governo delle grandi corporation.

Ad una tradizionale predominio, nei paesi anglosassoni, dell’impresa a capitale azionario diffuso e a gestione manageriale –con una separazione quindi abbastanza netta tra la proprietà e la stessa gestione-, si va tendenzialmente sostituendo una nuova situazione. Mentre si affermano parallelamente i nuovi capitalismi dell’Asia e di altri continenti, un numero crescente di imprese anche negli Stati Uniti, comprese Uber e le altre società del settore, tendono a configurarsi come strutture con un controllo azionario nelle mani di singoli individui o di famiglie, quando non, in particolare in Asia, dei poteri pubblici a diversi livelli, rifondando quindi i rapporti, che diventano molto più stretti, tra proprietà e responsabilità; si vanno anche affermando sempre di più anche delle forme ibride, nelle quali le imprese sono a controllo familiare o statale, ma contemporaneamente sono presenti nel listino di borsa.

  1. Meno borsa valori e più accordi privati

Parallelamente bisogna anche considerare che imprese come Uber e Airbnb evitano la quotazione a Wall Street.

Gli investitori che, dopo il primo lancio di un’impresa da parte di qualche giovane entusiasta con poche risorse, ci mettono successivamente i loro soldi, son in pratica responsabili, con il loro attivismo zelante, della forte crescita delle valutazioni di mercato che tali strutture raggiungono spesso in poco tempo.

Le quotazioni “private” arrivano di frequente, in effetti, a livelli che sembra difficile giustificare con dei parametri che abbiano qualche fondamento ragionevole; si teme, da più parti, il possibile scoppio di una bolla che sembra essersi al momento troppo gonfiata (FT View, 2015). Così, il valore di 62,5 miliardi di dollari attribuito a Uber nel dicembre 2015 (contro i 50 miliardi di pochi mesi prima), che la rendono forse la società di maggior valore al mondo tra quelle non quotate e quello di più di 25 miliardi di cui si parla, nello stesso periodo, a proposito di Airbnb, sembrano da collegare a labili speranze di uno sviluppo mirabolante e senza intoppi di due strutture che, al momento, presentano delle perdite di bilancio e comunque un livello di fatturato piuttosto contenuto.

Conclusioni

Lo sviluppo dell’economia numerica e in specifico di quella della condivisione appare una tendenza certamente destinata a diventare sempre più pervasiva. E’ quindi importante che i pubblici poteri dei vari paesi intervengano in maniera adeguata per assicurarsi di star adeguatamente dietro ad un fenomeno che per la sua velocità di sviluppo rischia di sopravanzarli di molto.

In particolare, i governi devono mirare ad assicurare una adeguata protezione dei lavoratori e dei consumatori, nonché dei corretti flussi fiscali, assicurando anche il mantenimento di un adeguato livello di concorrenza sui vari mercati.

Su quest’ultimo tema va sottolineato che da molti anni ormai si deve registrare un allentamento della volontà di intervento accettabile da parte dei principali governi del pianeta.

A livello europeo andrebbero poi sviluppate adeguate politiche industriali per far sì che, nei settori nuovi, si affermino imprese continentali di dimensioni tali da essere in grado di competere adeguatamente con quelle cinesi e statunitensi.

Testi citati nell’articolo:
 -Chavagneux Ch., Le capitalisme numérique réinvente le XIXe siècle, Alternatives économiques, n. 348, luglio-agosto 2015
 -FT View, Risks and rewards of tech’s next big thing, www.ft.com, 6 novembre 2015
 -Gelles D., Isaac M., Challenging Uber, Lyft bets on road wide enough for two, International New York Times, 11 gennaio 2016
 -Summers L., The age of secular stagnation, Foreign Affairs, marzo-aprile 2016
 -The Economist, Reinventing the company, 24 ottobre 2015
 -Zampaglione A., Hotel, sindrome Airbnb dietro le maxifusioni, La Repubblica, 8 febbraio 2016

 

(Vincenzo Comito, via Sbilanciamoci.info)

 

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Foto Alan Levine cc-by 2.0

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