Dopo la Brexit l’Europa corre ai ripari per evitare l’implosione

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Marco Zatterin, La Stampa – Bruxelles – La gioia della maggioranza del popolo britannico è lo sgomento per chi crede nell’integrazione delle genti europee. «Maledizione, un brutto giorno», twitta il vicecancelliere tedesco Sigmar Gabriel, uno dei primi a misurarsi con lo scenario più temuto, quello di un voto negativo che materializza lo spettro della Brexit e annuncia conseguenze pesanti per l’intero continente.

La copertina dell’Economist di oggi

La prospettiva migliore è che la costruzione dell’Unione europea si conceda suo malgrado a una pericolosa e lunga paralisi e che, nel frattempo, si riesca a compiere la necessaria manutenzione per evitare che 69 anni di costruzione comune postbellica implodano. Tutti gli altri profili parlano di crisi e disordine, di una tempesta che potrà essere superata non tanto con una revisione del modo in cui l’Unione funziona, quanto con una svolta radicale, questa sì, nel modo, nell’approccio e nei comportamenti dei ventotto governi che l’amministrano. Perché non si può trasformare l’Europa se non cambiano gli uomini (e le donne) che hanno il dovere di pensare al bene comune prima che ai particolarismi nazionali.

I mercati hanno cominciato a cadere. La sterlina inglese ha subito la più secca sforbiciata. Le borse tremano. La Bce è pronta ad entrare in gioco con un comunicato in stile “whatever it takes”, non dissimile da quello fortunato che salvò l’euro nel passaggio peggiore della crisi greca. Le istituzioni europee si riuniranno e si parla di una sessione straordinaria del vertice dei leader, anticipata rispetto a quella già in programma martedì. Serve un piano di emergenza che dia il tempo di prepararne uno di lungo termine. Nella migliore delle ipotesi, un’uscita del Regno Unito – oltre a scatenare un effetto domino – bloccherà l’intero apparato a dodici stelle. I più ottimisti dicono che ci vorranno cinque anni, ma sono una minoranza. Altri parlano di sette o dieci. Tutti saranno di impasse micidiale, soprattutto per un sistema che cresce poco e paga una disoccupazione a due cifre.

Ultim’ora: il premier britannico David Cameron ha annunciato poco fa le sue dimissioni per il congresso del partito conservatore in ottobre:

 

 

Il messaggio che avremo in giornata sul fronte europeista è sintetizzato nelle dichiarazioni a caldo di Manfred Weber, capogruppo del partito popolare all’Europarlamento. Vicino alla Merkel, sia chiaro. «Il negoziato di uscita dovrebbe essere concluso entro due anni – afferma il bavarese -. Non ci può essere alcun trattamento speciale, “fuori” significa “fuori”». È l’anticipo della linea “brutale” di cui si parlava ieri ai piani alti della Commissione. Accettazione del voto democratico, rispetto per gli elettori, però rabbia e determinazione nel far capire che ognuno deve essere responsabile delle proprie scelte. Mossa scontata come le prime reazioni. Marine Le Pen chiama i francesi alle armi per lasciare l’Europa e così fa l’olandese antislamico Geert Wilders. Vogliono andare via, anche se non è chiaro dove. È un mondo globale, dove tutto si tiene e le sfide, come le opportunità, richiedono azioni e decisioni corali.

Ostenteranno disappunto e rabbia, i leader europei. Ma sarà bene che si impegnino a ragione sulle loro colpe, che non sono poche. Hanno preso decisioni a Bruxelles e non le hanno attuate una volta tornati a casa. Hanno perso di vista le paure dei cittadini, sono stati superficiali. Hanno giocato con l’Ue come se fosse un nemico. Hanno comunitarizzato le sconfitte e nazionalizzato le vittorie. Hanno venduto il patto continentale come un vincolo estero, creando il mito degli eurocrati cattivi che tornava utile a mascherare le loro incertezze e i loro errori. Adesso rischia di saltare tutto. Adesso si pagano i Piani economici senza contenuti e le timidezze nell’azione a sostegno della ripresa, come i lunghi balletti per salvare la Grecia e le schizofrenia nell’affrontare l’emergenza migranti.

Serve una vera e sincera sessione di autocoscienza per analizzare lo scotto del voto e valutare il da farsi: subito, per contenere gli effetti del subbuglio finanziario del probabile venerdì nero; poi, per ragionare sul senso dell’Europa, sui passi avanti o indietro da ideare, e su come impostare il divorzio da Londra. Chi parlerà, esprimerà rammarico, assicurerà pieno rispetto per il voto dei britannici e chiederà a Londra di avviare subito le procedure dell’«art.50» del Trattato di Lisbona, quelle guidano la separazione dall’Unione. Qui si accumulano le incertezze. Quando avverrà? Dalle fila del «leave» si sente dire che non c’è fretta. Del resto sarebbe inutile aprire una trattativa senza sapere come condurla. Sarà lo sconfitto Cameron a gestirla? O un altro premier? E potrà Westminster, dove i più sono per il «remain», condurre la partita a dovere? Si voterà ancora? Non c’è risposta, non ora.

Per lunedì si profila una seduta speciale dell’Europarlamento. Martedì decolla la due giorni di vertice Ue, dolorosa. Solo parole, senza l’attivazione dell’art.50, improbabile prima dell’autunno. Scritta la lettera, ci sono due anni, prolungabili con voto unanime, tempo nel quale Londra rimarrà membro dell’Unione, magari gestendone anche la presidenza 2017, il che sarebbe paradossale. L’esigenza di rinegoziare i legami con l’Ue, dalla pesca alle banche, potrebbe richiedere anni. Da sei a dieci, a seconda delle fonti.

Nel mentre l’Europa può sgretolarsi politicamente, spezzata da nuovi referendum e dalla sfiducia, e l’economia indebolirsi nello congelamento di ogni decisione. Il Regno Unito stesso potrebbe pure spaccarsi, fra i malumori scozzesi che rilanceranno le ambizioni indipendentiste e le proteste dell’Irlanda del Nord. Il conto della sovranità piena riguadagnata allontanando Bruxelles potrebbe rivelarsi per Londra, e non solo, a quel punto insostenibile. Mai così tanti hanno messo così tanto in pericolo così tanti cittadini. Il parafrasato Winston Churchill, conservatore europeista, bandiera britannica con la sua forza, il suo coraggio, il sigaro e il cagnolino – se possibile – si sta rigirando nella tomba.

(Marco Zatterin, LaStampa.it cc-by-nc-nd)

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