Venezia, per i 500 anni del Ghetto a Palazzo Ducale la mostra “Venezia, gli ebrei e l’Europa”

venezia-ghetto_(LucaPaolini-by-nd)

VENEZIA\ aise\ – «Il luogo era delimitato da due porte che, come aveva precisato il Senato il 29 marzo 1516, sarebbero state aperte la mattina al suono della “marangona” (la campana di San Marco che dettava i ritmi dell’attività cittadina) e richiuse la sera a mezzanotte da quattro custodi cristiani, pagati dai giudei e tenuti a risiedere nel sito stesso, senza famiglia per potersi meglio dedicare all’attività di controllo. Inoltre si sarebbero dovuti realizzare due muri alti (che tuttavia non saranno mai eretti) a serrare l’area dalla parte dei rii che la avrebbero circondata, murando tutte le rive che vi si aprivano. Due barche del Consiglio dei Dieci con guardiani pagati dai nuovi “castellani”, circoleranno di notte nel canale intorno all’isola per garantirne la sicurezza. Il 1° aprile successivo, la stessa “grida” venne proclamata a Rialto e in corrispondenza dei ponti di tutte le contrade cittadine in cui risiedevano i giudei».

Organizzata in occasione del cinquecentenario dell’istituzione del Ghetto di Venezia, curata da Donatella Calabi con il coordinamento scientifico di Gabriella Belli e il contributo di un nutrito pool di studiosi, la mostra “Venezia, gli ebrei e l’Europa 1516 – 2016”, che si è aperta il 17 giugno in Palazzo Ducale, intende descrivere i processi che sono alla base della nascita, della realizzazione e delle trasformazioni del primo “recinto” al mondo destinato agli ebrei.

Allo stesso tempo lo sguardo si allarga, abbracciando le relazioni stabilite con il resto della città e con altri quartieri ebraici (e non solo) italiani ed europei, a sottolineare la ricchezza dei rapporti tra gli ebrei e Venezia e tra gli ebrei e la società civile, nei diversi periodi della loro lunga permanenza in laguna, in area veneta e in area europea e mediterranea. L’intento è infatti una maggiore consapevolezza delle diversità culturali esistenti nella Venezia cosmopolita d’inizio Cinquecento e della commistione di saperi, conoscenze, abitudini che ne costituiscono tuttora il principale patrimonio.

Non solo un lavoro d’indagine sull’area specifica dei tre ghetti (Nuovo, Vecchio e Nuovissimo) dunque, ma anche una riflessione sugli scambi culturali e linguistici, sulle abilità artigianali e sui mestieri che la comunità ebraica ha condiviso con la popolazione cristiana e le altre minoranze presenti in un centro mercantile di straordinaria rilevanza.

L’arco cronologico preso in considerazione va oltre la caduta della Repubblica e l’apertura delle porte per volere di Napoleone: apparirà in mostra anche il ruolo degli ebrei nell’età dell’assimilazione e nel corso del Novecento.

Importanti dipinti – da Bellini e Carpaccio, da Foraboschi a Hayez e Poletti, da Balla a Wildt fino a Chagall -, disegni architettonici d’epoca, volumi in rarissime edizioni originali, documenti d’archivio, oggetti liturgici e arredi, ricostruzioni multimediali permettono di dar conto di una vicenda di lungo periodo, fatta anche di permeabilità, di relazioni e scambi culturali.

L’ipotesi di partenza del progetto è che la storia dell’istituzione del Ghetto a Venezia debba essere studiata nel quadro della più generale gestione da parte della Repubblica Veneta delle minoranze nazionali, etniche e religiose che vivevano nella città, capitale di una “economia mondo”, come la chiamava lo storico Fernand Braudel. Ma si tratta anche di spiegare come queste relazioni si siano via via allargate a un ambito geografico molto vasto e siano continuate nel tempo, adattandosi ai cambiamenti politici, sociali e culturali.

Nei primi decenni del XVI secolo la Repubblica Veneta aveva messo in atto una strategia urbana di accoglienza, offerta di garanzie e contemporaneamente di sorveglianza, più o meno rigida nei confronti anche di altre comunità nazionali e religiose, importanti per le proprie attività economiche come i popoli del Nord (con il Fondaco dei Tedeschi), i greci ortodossi (con la concessione di costruire a loro spese una chiesa e un collegio) e via via gli albanesi, i persiani, i turchi.

La Scola Spagnola (jvenice.org)

Gli ebrei, al pari d’altre minoranze, erano “preziosi” per la Serenissima (come si legge in alcuni documenti): le sue magistrature, alcuni nobili, lo stesso doge Leonardo Loredan, che era “principe” al momento del decreto istitutivo (29 marzo 1516), ne erano perfettamente consapevoli. Ciononostante Venezia, che aveva concesso agli ebrei presenti sul proprio territorio – anche quando l’Europa li stava cacciando dopo i noti decreti d’espulsione dalla Spagna (1492) e dal Portogallo (1496) – d’entrare in città come rifugiati di guerra, in seguito alle drammatiche conseguenze della lega di Cambrai e alla sconfitta di Agnadello, si pose presto il problema di come trattare la minoranza ebraica.

«La posta in gioco era la difesa dei valori culturali fondamentali per la loro percezione di se stessi. Vale a dire – secondo Robert Bonfil – di tutti quei valori che “il mito di Venezia” reputava i più essenziali in assoluto: giustizia, libertà e benessere, il tutto radicato nel buon governo e non da ultimo nella difesa dell’etica cristiana, senza la quale non sono concepibili né la giustizia né il benessere».

La scelta di non cacciare gli ebrei ma di mantenerli dentro il ghetto fu vissuta come il male minore e la chiusura, una palese discriminazione, finì per trasformarsi anche in un’utile difesa, perché gli ebrei, soggetto politicamente debole all’esterno delle mura, diventarono all’interno autonomi, quasi padroni delle loro azioni, in molti casi ben più di tanti abitanti e sudditi che vivevano alla completa mercé del doge, del principe, del papa o del re. A Venezia questo Hazzer (parola ebraica per definire il recinto), il Ghetto – preso a modello negativo in tutta Europa come realtà fisica e come termine – si trasformò a poco a poco in un’istituzione quasi a sé, “uno scudo”, come scrive Riccardo Calimani, «che, pur nella precarietà dilagante disponeva, nonostante tutto, di poteri e privilegi che gli permettevano di farsi ascoltare e di trattare con i propri interlocutori all’esterno, con una libertà d’iniziativa in qualche caso sorprendente».

La Scola Levantina (jvenice.org)

Cosmopolita al suo interno – ove vennero a convivere ebrei tedeschi e italiani, ebrei levantini, ponentini e portoghesi – il Ghetto di Venezia fu dunque una realtà fortemente permeabile, in costante interazione con l’esterno e in primis con la città lagunare, essa stessa straordinariamente multinazionale e multietnica, per convinzione o pragmatismo.

La mostra a Palazzo Ducale, che ci accompagna in un affascinante viaggio, tra arte, storia e cultura, illustra dunque la distribuzione degli insediamenti ebraici in Europa dopo il 1492; l’istituzione del primo vero e proprio ghetto al mondo; il dibattito sulla sua localizzazione; la crescita e la conformazione urbana e architettonica delle successive espansioni (il Ghetto Novo, il Vecchio e il Novissimo); le relazioni con il resto della città (le botteghe realtine, il cimitero, l’escavo del Canale degli Ebrei), la reintegrazione novecentesca.

Vengono messe in luce regole ma anche divieti, abusi, conflitti e scambi; viene raccontata la società del Ghetto, composta da comunità differenti tra loro per rito religioso, lingue parlate, abitudini alimentari; e poi la ricchissima produzione culturale ebraica. Accanto alla narrazione delle vicende insediative, s’intrecciano incontri con personaggi significativi, racconti di viaggio, letteratura, musica, teatro.

La Scola Canton (jvenice.org)

Distribuita in 10 sezioni tematiche e cronologiche nelle sale degli appartamenti del Doge – Prima del Ghetto, La Venezia cosmopolita, Il Ghetto cosmopolita, Le sinagoghe, Cultura ebraica e figura femminile, I commerci tra XVII e XVIII secolo, Napoleone: l’apertura dei cancelli e l’assimilazione, Il mercante di Venezia, Collezioni, collezionisti, Il XX secolo – l’esposizione è corredata anche da apparati multimediali e innovative tecnologie di grande suggestione, elaborate da Studio Azzurro.

In programma sino al 13 novembre, “Venezia, gli ebrei e l’Europa, 1516 -2016” è promossa dalla Città di Venezia e dalla Fondazione Musei Civici di Venezia, con il sostegno del Comitato “I 500 anni del Ghetto di Venezia”, della Comunità Ebraica di Venezia e dell’Unione delle Comunità Ebraiche italiane, con il contributo della Regione del Veneto, Save Venice Inc, The Gladis Krieble Delmas Foundation, Venetian Heritage, David Berg Foundation New York, Fondazione Ugo e Olga Levi. Il progetto multimediale è realizzato in collaborazione e con il supporto della Fondazione di Venezia.

Ricchissimo di contributi il catalogo edito da Marsilio Editori.

La Scola Grande Tedesca (jvenice.org)

UN PERCORSO ATTRAVERSO I SECOLI TRA OPERE D’ARTE, DOCUMENTI E GRANDI SUGGESTIONI

Il richiamo evocativo al “getto” di rame e alla fonderia esistente a Cannaregio prima del recinto degli ebrei – da cui sarebbe derivato anche il toponimo “ghetto” – apre il percorso della mostra, che prosegue con la visualizzazione dei flussi migratori ebraici in Europa, dopo la cacciata dalla Spagna e dal Portogallo, e con un focus sulla presenza d’insediamenti ebraici in Veneto, a Venezia (in particolare nell’area centrale e in quella mercantile) e a Mestre.

A Rialto un gruppo di giudei nel 1515 aveva anche acquisito una serie di botteghe: il cuore degli affari lagunari era al tempo vivacissimo e la ricostruzione in mostra del ponte di Rialto – ancora apribile nel mezzo per il passaggio delle imbarcazioni – e degli affollati spazi di scambio eretti dopo il grande incendio del 1514 è di particolare effetto.

Foto Andreas56 cc-by-sa

Agli splendidi teleri di Vettor Carpaccio realizzati per la Scuola degli albanesi – la Predica di Santo Stefano proveniente dal Musée du Louvre e la Presentazione di Maria al tempio dalla Pinacoteca di Brera – è affidato il compito d’evidenziare la variegata compresenza in città, tra fine Quattrocento e inizio Cinquecento, di svariate comunità nazionali, etniche e religiose nel contesto urbano: cristiani, turchi e anche un componente della Comunità ebraica, raffigurato con il copricapo nero e la lunga barba. Insieme alla visione ecumenica di una città cosmopolita, la pittura in questo scorcio di secolo non manca di registrare anche i sintomi di una discrasia di fondo, con l’affermarsi di un’icongrafia antisemita: nell’Ebbrezza di Noè di Giovanni Bellini e nell’Ecce Homo di Quentin Metsys la fisiognomica ebraica si trasforma in grottesca e fortemente caricaturale. Nel campo dell’editoria, Venezia divenne la fucina dei modelli tipografici già alla fine del Quattrocento, con Aldo Manuzio, con significativi esperimenti in ebraico già nella piccola grammatica l’Introductio perbrevis ad Hebraicam linguam da lui pubblicata.

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Sestiere Castello, Canale degli Ebrei e dei Marani – mappa del 1688, Archivio di Stato di Venezia

Fu però Daniel Bomberg, imprenditore fiammingo, a trasformare la città in centro d’eccellenza nel settore. Dopo essersi garantito il privilegio di pubblicazione con caratteri ebraici mandò alle stampe opere che sarebbero diventate modello di riferimento per gran parte delle edizioni successive.

Tra i libri esposti, la Bibbia Rabbinica curata da Felice da Prato, ma anche esempi degli oltre duecento scritti pubblicati dalla sua stamperia. L’era di Bomberg si chiuse nella metà del Cinquecento con la rivalità fra due tipografi veneziani, Marc’Antonio Giustiniani e Alvise Bragadin, e con la bolla papale che portò al rogo dei Talmud del 1553: tutto testimoniato nel percorso espositivo, in cui viene proposta una sorta di prezioso scriptorium, scandito dalla presenza di libri di grande pregio provenienti dalla National Library of Israel, dalla Biblioteca Marciana e dalla Biblioteca di San Francesco della Vigna.

Tra le opere più significative: il testo di Lascaris di edizione aldina, la Torah di Maimonide – stampate rispettivamente da Alvise Bragadin e da Marcantonio Giustinian nel 1550 e nel 1551 – il Pentateuco stampato da Daniel Bomberg, l’Ester di Leon Modena, uno straordinario trattato settecentesco illustrato di astronomia, medicina e anatomia di Tobia Coen.

Le strutture abitative all’interno del Ghetto, lo sviluppo urbano e sociale nel recinto e i suoi ampliamenti successivi sono un altro aspetto toccato dall’importante mostra; così come l’illustrazione delle cinque sinagoghe e delle yeshivot affidata a un video, a oggetti rituali d’argento e ai pannelli decorativi in cuoio, appartenenti al Museo Ebraico veneziano.

venezia-ghetto-ebrei_(Daniel-cc-by)

La figura femminile nella società ebraica del tempo ebbe un ruolo tutt’altro che secondario: alcuni contratti matrimoniali (ketubbot) acquerellati e qualche tessuto di grande raffinatezza accennano alla vita quotidiana, ma poi la figura di una donna del tutto eccezionale, come Sara Copio Sullam, emerge con i suoi scritti e l’intenso rapporto intellettuale con Leon Modena.

Quindi l’arrivo di Napoleone nel 1797, con la caduta della Repubblica, l’eliminazione delle porte del “recinto” bruciate nel campo del Ghetto Nuovo, l’assimilazione dei giudei nella società civile e la presa d’atto da parte della municipalità dello stato di degrado di un’area periferica da sempre trascurata dal punto di vista della manutenzione edilizia.

Ulteriori supporti multimediali in mostra approfondiscono da un lato la storia del cimitero ebraico del Lido, dall’altra il ruolo, nel creare stereotipi sugli ebrei, giocato nella letteratura mondiale da Il mercante di Venezia di Shakespeare e le sue innumerevoli rappresentazioni cinematografiche e teatrali.

Il XIX secolo è scandito dal ritorno degli ebrei a pieno titolo in città e nella società: molti escono dal perimetro, alcune famiglie acquisiscono palazzi di prestigio, spesso lungo il Canal Grande, inizialmente nel sestiere di Cannaregio poi anche a San Marco.

Un famoso e grande plastico della città realizzato nel 1961 per una mostra a Palazzo Grassi darà vita, collegato a un dispositivo multimediale, a una sorta di atlante luminoso delle abitazoni ma anche delle architetture realizzate su committenza ebraica e/o ai molti dei progetti degli stessi professionisti ebrei, testimoniati anche da materiale documentario.

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Gentile Bellini, Venezia/Pocessione in piazza San Marco (1496)

È questo anche il secolo in cui si sviluppa, tra la borghesia ebraica, l’impegno nel collezionismo di strumenti musicali e di opere d’arte “moderna” (valgano per tutti i dipinti in mostra di Francesco Hayez) e quello per la cultura scientifica, con un impegno nei confronti dell’imprenditoria e, più in generale, dello sviluppo della città.

Un processo di integrazione che continua anche nel Novecento – prima di ripiombare nel buio delle coscienze – legato soprattutto al mondo delle arti (significativo il ruolo di Margherita Sarfatti nel promuovere il Gruppo del Novecento) e a quello delle professioni, con alcuni protagonisti della società veneziana (avvocati, medici, psicanalisti, pubblici amministratori, quali i Musatti, i Luzzatto, gli Errera) provenienti proprio dalle principali famiglie ebraiche.

Francesco Hayez, “La distruzione del Tempio di Gerusalemme”, Gallerie dell’Accademia

Non marginale il ruolo degli ingegneri e degli architetti (i Fano, o Guido Costante Sullam) oltre che nelle necessarie ristrutturazioni degli immobili precari nell’area dei tre ghetti, nella progettazione di abitazioni ed edifici pubblici. Il giardino Treves a Padova e il progetto di Giuseppe Jappelli per la disposizione delle essenze e per gli elementi decorativi – sia pure in gran parte demoliti – è un esempio significativo di modernizzazione urbana documentato in mostra; mentre alcune opere d’arte di grande impatto, quali il ritratto di Letizia Pesaro Maurogonato – lucida testimone delle inquietudini politiche degli ultimi decenni del XIX secolo a Venezia – dipinto da Giacomo Balla nel 1901, sono testimonianze evidenti della partecipazione degli ebrei alla vita artistica della città, che nel 1928 volle acquistare dalla Biennale di Venezia per le collezioni della Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro lo splendido Rabbino di Vitebsk di Marc Chagall, divenuto una vera icona del Novecento.

Venezia nel 1500, mappa di Jacopo de’ Barbari

«Sappiamo bene – scrive Donatella Calabi – che questo processo è poi stato bruscamente interrotto dalla cacciata degli ebrei dalle scuole, dalle cariche pubbliche, dagli uffici e, soprattutto, delle deportazioni. Qui l’ambiguità dei legami tra Margherita Sarfatti e Mussolini non è sottaciuta, ma riassunta in alcune lettere e documenti. Il filo di speranza che ha dato la riapertura di tre delle cinque antiche sinagoghe, le riunioni nella Sala Montefiore delle associazioni, la ricostituzione della Comunità ebraica subito dopo la Liberazione chiudono questa mostra, senza tuttavia che quanto avvenuto anche a Venezia durante il fascismo possa essere dimenticato».

Alla fine dell’esposizione, un altro dispositivo multimediale (che richiama quello iniziale del “getto” di rame) permetterà ai visitatori di lasciare una traccia della loro presenza, un loro ricordo di ciò che li avrà maggiormente colpiti nel percorso espositivo, invitandoli nel contempo ad andare a vedere e conoscere di persona i luoghi di cui tratta la mostra, per appropriarsi delle storie raccontate, percorrendo gli spazi e i luoghi fisici che hanno segnato così profondamente la storia d’Europa.

(aise)

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Foto Luca Paolini cc-by-nd, Daniel cc-by

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