Brexit, dal Regno Unito un dibattito desolante dall’esito incerto

La campagna elettorale del referendum sulla permanenza o l’uscita del Regno Unito dalla Ue si è presto trasformata in una rissa. Neanche la Bbc ha aiutato i cittadini a comprendere quanto fossero fondate le affermazioni a supporto dell’una o l’altra tesi. Il confronto tra due idee di società. [di Pietro Micheli, LaVoce.info]

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Chi vuol uscire dalla Ue e chi vuol rimanere

Il 23 giugno il Regno Unito voterà se rimanere (“remain”) o lasciare (“leave”) l’Unione europea. Vista dall’interno del paese, la campagna elettorale è stata aspra e ostile e ha finito per creare una spaccatura profonda nella società. Sebbene il risultato sia incerto, sono emersi quattro punti da considerare in caso di consultazioni simili in altri paesi europei, inclusa l’Italia.

Innanzitutto, il confronto tra “remain” e “leave”, iniziato con la correttezza tipica del protocollo inglese, è diventato presto una rissa con colpi sempre più bassi, soprattutto da parte dei “leavers”. L’assassinio della parlamentare Jo Cox non è attribuibile solo a questa campagna elettorale, ma i toni esasperati raggiunti nelle ultime settimane non hanno aiutato.

I titoli apocalittici dei tabloid su orde di rifugiati alle porte, le affermazioni di Nigel Farage sull’abuso della sanità pubblica da parte di immigrati malati di Aids e le accuse mosse da Boris Johnson a Barack Obama riguardo alla sua “antipatia ancestrale verso l’Impero Britannico”, in quanto ex-suddito kenyano, hanno veramente toccato il fondo.

Secondo, sebbene si fosse partiti con due temi principali – economia e immigrazione – il referendum è diventato uno scontro più ampio tra due ideali di società. Da un lato, chi vorrebbe riprendersi il proprio paese (“take our country back”); dall’altro chi ne vorrebbe creare uno nuovo (“take our country forward”).

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L’unica certezza è che la popolazione è chiaramente divisa: per esempio, i giovani sono per “remain”, i pensionati per “leave”. Altre linee di frattura sono tra laureati e non; e città e campagna. In sintesi, è molto probabile che un trentenne scozzese, laureato e residente a Edimburgo voti “remain”; mentre è altrettanto probabile che un pensionato, con nessuna qualifica superiore, residente nella campagna inglese voti “leave”. Paradossalmente, i fautori di “remain” sono più concentrati in aree di alta immigrazione.

Terzo, nonostante le centinaia di report, articoli e saggi (soprattutto contro la Brexit), molti elettori compiranno una scelta emotiva. Se erano da aspettarsi le prese di posizione di alcuni media – Daily Mail, Sun e Daily Telegraph per “leave” e Financial Times, Guardian e, più a sorpresa, Times e Mail on Sunday per “remain” – il ruolo giocato dalla Bbc è stato deludente. Invece di ergersi ad arbitro, la Bbc ha deciso di riportare la cronaca, ma di non aiutare gli spettatori a comprendere la fondatezza di certe affermazioni. Le stime presentate da “remain” sono state spesso esagerate e fondate su scenari catastrofici; i dati presentati da “Leave” (sul contributo netto della Gran Bretagna all’Ue o sull’ingresso “imminente” della Turchia nella Ue, per esempio) spesso fasulli. Ma dalla Bbc non si è mai alzata una voce critica.

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Leader senza spessore

Il quarto punto è che il dibattito ha messo in luce non solo l’incertezza che attanaglierebbe società ed economia britanniche in caso di “leave”, ma anche la pochezza di molti politici. I fautori di “remain” hanno commesso gli stessi errori del referendum sull’indipendenza della Scozia (settembre 2014). Sono apparsi distaccati, incapaci di parlare alle persone se non attraverso statistiche, e costantemente intenti a tingere il futuro a tinte fosche (vedi la “finanziaria d’emergenza” intimata il 15 giugno in caso di Brexit). Sebbene i temi clou fossero due, sull’economia sono quasi riusciti a perdere, mentre sull’immigrazione hanno proposto poco, nel disperato tentativo di evitare la questione. Eppure vi sono decine di studi che provano come l’immigrazione europea sia in media altamente specializzata (contro la retorica degli europei impiegati nei campi), come contribuisca proporzionalmente di più all’economia della forza lavoro locale e come sia stata sempre inferiore in numero a quella extra europea. I fautori del “leave” appaiono invece come l’armata Brancaleone: Boris Johnson, di origini turche, da sempre a favore dell’ingresso della Turchia nell’Unione, è ora nemico giurato della Ue in quanto – a causa del presunto ingresso della Turchia – l’Inghilterra sarebbe invasa da 76 milioni di turchi. Nigel Farage (di origini ugonotte, sposato prima con una donna irlandese, ora con una tedesca) è il più noto anti-europeista, nonostante sia deputato del Parlamento europeo, e non sia mai riuscito a vincere un’elezione in Gran Bretagna. Gisela Stuart, deputata laburista anti-Corbyn, è una cittadina tedesca (nata Gschaider), che ha acquisito la cittadinanza inglese in età adulta e ora è evidentemente più realista del re. A livello programmatico, i fautori del “leave” sono divisi su tutto, in quanto uniscono ultra-conservatori e sinistra radicale, chi vuole ridurre drammaticamente il livello di immigrazione e chi vuole avere più cittadini dell’ex-Commonwealth, chi vorrebbe “salvare la sanità pubblica dalla Ue” e chi vorrebbe privatizzarla.

Vedi il dossier completo sul referendum de La Voce “Meno Europa, siamo inglesi” in pdf

Nonostante ormai tutti i sindacati, le grandi-medie imprese e gli organismi internazionali si siano schierati a favore di “remain” e la maggior parte degli studi economici indichi che i risultati di Brexit sarebbero assai nefasti, la campagna referendaria continua, con il “leave” in testa ai sondaggi. Speriamo che alla fine della scazzottata almeno un vincitore resti in piedi.

(Pietro Micheli, lavoce.info)


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Illustr: BSlovacchia 
Foto zongo cc-by 2.0
Foto Michael Coghlan cc-by-sa 2.0

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