Perché inglesi, poveri e anziani voteranno sì alla Brexit

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A dieci giorni dal referendum che potrebbe decretare l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, il risultato è sempre più in bilico. Anzi, stando agli ultimi sondaggi, il fronte dell’uscita sembra avere un piccolo vantaggio.

Come siamo arrivati a questo punto? Com’è possibile che i miei concittadini siano così delusi dal progetto Europa – nel quale sono coinvolti da più di quarant’anni – da essere disposti anche ad accettare il caos finanziario e la flessione salariale che molto probabilmente seguirebbero, almeno nel medio termine? Non sono solo io a pensarlo: in un sondaggio di cento economisti internazionali condotto dal Financial Times a gennaio, solo l’8 per cento credeva che l’economia britannica sarebbe uscita più forte dalla scissione, contro il 76 per cento che prevedeva un peggioramento.

I britannici sembrano così delusi da essere pronti anche a gettare al vento uno status speciale difeso con le unghie e con i denti da tutti i primi ministri britannici degli ultimi decenni, da Margaret Thatcher a John Major, Tony Blair, Gordon Brown e David Cameron. Uno status che molti altri stati membri ci invidiano e che ci permette di stare dentro l’Europa ma con una moneta propria e con un rimborso di più della metà dei contributi versati annualmente a Bruxelles.

La matassa delle intenzioni di voto

Il perché forse va cercato in un’analisi più precisa delle intenzioni di voto per il referendum del 23 giugno espresse nei vari sondaggi. Sul sito del settimanale The Economist c’è uno strumento molto utile, basato sui vari sondaggi usciti in questi mesi, che permette non solo di seguire la matassa attorcigliata formata dalle due linee che rappresentano le intenzioni di voto da gennaio a oggi, ma anche di scomporre i dati per regione di residenza, per appartenenza politica, età, fascia di reddito eccetera. Giocandoci, vengono fuori dei valori sorprendenti: vorrei proprio conoscere, per esempio, le ragioni del 4 per cento di simpatizzanti dell’Ukip (il partito euroscettico) che vorrebbero rimanere nell’Ue.

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Leggi anche:

Brexit: come si esce dall’Unione europea, in pratica?

Ma sono tre dati in particolare a far riflettere. Uno è la frattura netta tra la Scozia europeista e l’Inghilterra euroscettica – come anche, a sorpresa, il Galles (l’Irlanda del Nord, che non appare nell’analisi dell’Economist, si schiera per l’Europa almeno quanto la Scozia, come traspare da un grafico nascosto in questo articolo del Financial Times). L’altro è l’importanza del voto dei giovani, che potrebbero rappresentare l’ago della bilancia se il paese dovesse salvarsi, per un soffio, dal disastro economico ma soprattutto morale della Brexit: stando alla media dei sondaggi più recenti calcolata dall’Economist, nella fascia 18-24 anni il 60 per cento degli intervistati vorrebbe rimanere in Europa e solo il 22 per cento uscire (gli altri non sanno o non rispondono). Tra gli ultrasessantenni, invece, c’è un 58 per cento favorevole al commiato e solo un 32 per cento che si dichiara per la permanenza.

Continua a leggere l’articolo di Lee Marshall sul sito Internazionale.it

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Foto zongo cc-by 2.0

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