La sacralità del “made in Italy” è una rovina (per l’Italia)

pizza_(JA-Workman-CC0)

Questo è quanto afferma l’Economist in un articolo molto argomentato. L’ossessione per le tradizioni di noi italiani ci ha reso conservatori e protezionisti, scrive Il Post. Tentando di sfruttare uno dei simboli principali dell’Italia nel mondo, il governo italiano chiede all’Unesco di iscrivere “l’arte tradizionale dei pizzaioli napoletani”. Ma, nota l’Economist, non esiste nessuna grande catena di pizzerie di origine italiana: sono gli americani di Domino’s Pizza e Pizza Hut che ottengono i maggiori profitti dalla produzione di pizza. Lo stesso discorso vale per il caffè espresso, forse la vera bevanda nazionale italiana: la catena più grande di caffetterie al mondo è Starbucks, mentre nel consumo casalingo sono gli svizzeri di Nespresso ad aver trasformato l’espresso in un business planetario.

Insomma, l’ossessione italiana per pizza e altri prodotti della “qualità italiana” è un controsenso se si considera che l’Italia ha ben  924 prodotti “certificati” dall’Europa (più dei 754 francesi e dei 361 spagnoli), ma poi non è in grado di vendere questi prodotti nel mondo: non esiste nessuna catena di distribuzione internazionale che sia italiana. E i nomi della grande distribuzionale mondiale sono padroni anche nello Stivale (un terzo del mercato è in mano ai francesi di Carrefour e Auchan).

Leggi tutto l’articolo su ilpost.it

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Foto JA Workman CC0/Public domain

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