La Banca Mondiale, l’informazione e il diluvio universale

clima-cambia-alluv-Banglad_(masudananda_CC-BY)

«Il mondo è mal preparato al crescente aumento dei disastri ambientali». Parola di Banca Mondiale e del nuovo rapportoThe Making of a Riskier Future: How Our Decisions are Shaping the Future of Disaster Risk» che avverte come «Il mondo, stimolato dai cambiamenti climatici, dall’aumento della popolazione e della vulnerabilità delle grandi città con abitazioni non pianificate è a rischio» e che «occorre un approccio radicalmente nuovo alla valutazione dei rischi, che tenga conto di cambiamenti estremamente rapidi nel calcolo del rischio di un disastro globale». Il saggio consiglio di questo organismo, non certo esente da responsabilità nei confronti dei devastanti impatti sociali e ambientali dei progetti che ha finanziato in questi ultimi anni, ha fatto da filo conduttore dal 18 al 20 maggio alle riflessioni di 700 esperti internazionali e opinion leader riuniti a Venezia in occasione del Understanding Risk Forum, organizzato dal Global Facility for Disaster Reduction and Recovery (GFDRR) per discutere proprio dei progressi tecnologici e della valutazione del rischio di catastrofi ambientali. Come a dire se non si riesce a curare il clima (e il timido accordo uscito dalla COP 21 di Parigi non sembra essere un buon antibiotico) almeno cerchiamo di controllarne i devastanti effetti.

Una riflessione che per la Banca Mondiale è oggi una priorità visto che «da decenni i danni totali annuali provocati dai disastri sono in aumento  e i modelli mostrano che la crescita della popolazione e la rapida urbanizzazione potrebbe mettere a rischio di inondazioni fluviali e costiere 1,3 miliardi di persone e un patrimonio da 158 miliardi di dollari». Il rapporto della World Bank cita studi e casi in tutto il mondo che dimostrano, per esempio, come le città costiere densamente popolate stanno “affondando” e questo, «insieme all’innalzamento del livello dei mari, potrebbe far aumentare i danni annuali in 136 città costiere fino a 1.000 miliardi di dollari nel 2070». Per esempio, in Indonesia, nei prossimi 30 anni, i rischi di alluvioni fluviali potrebbero aumentare del 166% a causa di rapida espansione delle aree urbane, mentre il rischio di inondazioni costiere nel grande arcipelago asiatico potrebbe aumentare del 445%. Similmente, a causa dell’espansione edilizia non pianificata, «nella capitale del Nepal a Kathmandu il  rischio sismico è destinato ad aumentare del 50%  entro il 2045».

Per John Roome, senior director per i cambiamenti climatici della Banca Mondiale, «C’è un pericolo reale e il mondo è tristemente impreparato a quello che ci aspetta. Se non cambiamo il nostro approccio alla pianificazione futura tenendo conto dei potenziali disastri, corriamo il rischio reale di un blocco nelle decisioni che porterà ad aumenti drastici delle perdite umane future». Che fare? La Banca Mondiale è uscita dalla due giorni veneziana convinta che alla base di una  gestione efficace del rischio di catastrofi c’è un’informazione sui rischi più affidabile ed accessibile e per questo, insieme al GFDRR, sta per lanciare ThinkHazard!, la prima piattaforma opensource da attivare in 196 Paesi per fornire informazioni utili a ridurre il rischio di 8 disastri naturali, tra cui terremoti, inondazioni, tsunami e cicloni. Francis Ghesquiere, che dirige il GFDRR, ha spiegato che «Con la promozione di politiche che riducono il rischio e azioni di informazione che evitano il rischio siamo sicuramente in grado di influenzare positivamente il futuro».

Per ora però la realtà è un’altra ed è tragica. L’ultimo disastro in ordine di tempo ha colpito lo Sri Lanka. Questo “diluvio universale” che in poche settimane ha messo in ginocchio Australia e Brasile ha colpito anche quest’isola dell’oceano indiano provocando una situazione ancora più preoccupante che negli altri due grandi paesi. Il numero dei morti ha superato le 90 persone, ma sono un milione le persone colpite dalle conseguenze delle inondazioni e quasi 500mila di loro hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni. La Croce Rossa Internazionale teme che più di 200 famiglie siano rimaste sepolte nelle frane che hanno colpito tre villaggi nel distretto centrale di Kegalle, a circa 72 chilometri dalla capitale Colombo. L’enorme frana di fango si è abbattuta sui villaggi di Siripura, Pallebage e Elagipitya il 17 maggio scorso e le immagini che sono arrivate dal distretto di Kegalle mostrano il cedimento di una vasta area di una collina che ha spazzato via buona parte dei quattro villaggi e con essi decine di persone.

Non sembra la solita stagione dei monsoni, ma non si tratta di un problema che mette in ginocchio solo i paesi in via di sviluppo. Anche dove l’informazione legata ai rischi climatici è precisa e tempestiva occorre fare i conti con un terreno reso più fragile dalla cementificazione e da uno sviluppo sconsiderato, In Italia per esempio, secondo Legambiente quasi 6 milioni di cittadini vivono o lavorano in aree considerate ad alto rischio idrogeologico e come la cronaca spesso drammaticamente ci ricorda, l’82% dei comuni italiani ha parte del territorio a rischio alluvioni e frane per via di precipitazioni intense sempre più frequenti che si manifestano con vere e proprie bombe d’acqua su un terreno che non riesce più ad assorbire la pioggia. Come a dire che l’informazione è solo un primo passo, ma non l’unico per cambiare in meglio il destino climatico della terra e la vita di migliaia di persone.

(Alessandro Graziadei, Unimondo.org)

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Foto: un’alluvione in Bangladesh – masudananda cc-by

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