La Turchia dal presidente al sultano

erdogan-turchia_(rt_erdogan-CC0)

[Di Giuseppe Cucchi, La Stampa] – Tre anni fa, allorché ad Istanbul iniziarono le dimostrazioni di piazza Taksim contro la trasformazione in complesso commerciale dell’area di Gezi Park, la traiettoria politica di Erdogan sembrava destinata a continuare senza ostacoli la propria crescita, apparentemente irresistibile.

In patria la contrapposizione fra l’impostazione confessionale del Partito della Giustizia e Libertà e la laicità della costituzione di Atatürk, di cui le forze armate erano state per circa ottanta anni gelose custodi, appariva definitivamente superata grazie anche ad alcuni processi che avevano stroncato, con inflessibile decisione, l’opposizione dei militari più anziani.

Continuava nel frattempo, malgrado la generale sfavorevole congiuntura mondiale, il «miracolo economico» turco.

Il Paese era arrivato a fruire per anni di tassi di sviluppo estremamente elevati: un ciclo che soltanto ora appare definitivamente concluso.

Il modello anatolico veniva così percepito pressoché ovunque come un modello ideale di islamismo moderato, capace di coniugare armoniosamente religiosità, tolleranza e sviluppo.

Come tale esso veniva indicato quale un esempio a tutti i paesi islamici percorsi da fermenti di cambiamento e di progresso, primi fra tutti quelli che, usciti dalle «primavere arabe», esitavano fra differenti destini. Il maggiore problema di sicurezza interno della Turchia, consistente nella gestione della minoranza curda, sembrava in via di superamento attraverso la costituzione di un partito politico intenzionato a entrare nella competizione elettorale ed a cercare di superare la soglia del dieci per cento dei consensi necessaria ad inviare propri rappresentanti in Parlamento.

In politica estera poi, anche se la speranza di poter un giorno accedere all’Unione Europea si era rivelata per la Turchia del tutto illusoria, il paese manteneva intatto il suo sistema di amicizie e di alleanze, continuando a rimaner fedele alla massima del ministro degli Esteri e massimo ideologo turco, Davutoglu, che proclamava l’indispensabilità di non avere «alcun nemico ai confini».

Erdogan-Turchia_giu2013_(Sabo Tabi cc-by-nc-sa)

La brutale repressione di piazza Taksim, ove la polizia ha proceduto contro i dimostranti con durezza del tutto sproporzionata uccidendone nove, ferendone più di ottomila e mandandone circa novecento sotto processo alla conclusione di un lungo periodo di scontri, ha segnato però un tornante, una chiara virata del regime in senso maggiormente autoritario.

Da quel momento in un certo senso Erdogan ha gettato la maschera, procedendo senza alcuna esitazione a personalizzare quanto sino ad allora era stato contrabbandato solo come aspirazione politica e di partito e cercando di concentrare nelle proprie mani il controllo assoluto del Paese.

Un tentativo che per fortuna ha trovato almeno per il momento un ostacolo nella Costituzione di Atatürk e nella impossibilità di Erdogan di modificarla in senso maggiormente presidenziale senza disporre di una maggioranza assoluta in Parlamento. Essenziale in questo processo è risultato il ruolo del Partito Curdo, anche se una recente iniziativa di legge presidenziale tenta ora di rimuovere l’ostacolo togliendo ai deputati curdi l’immunità parlamentare ed in tal modo invalidando l’elezione di decine di essi.

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Foto rt_erdogan CC0/pubilc domain,
Foto Sabo Tabi cc-by-nc-sa

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