Foreigh fighters, i database ci sono ma i paesi non li aggiornano

foreign-fighters-siria-aleppo_(CC0-wikipedia)

[Monica Perosino, La Stampa] – Sono 30 mila le persone partite per la Siria e l’Iraq dall’inizio del conflitto. In due anni, dal giugno 2014, i foreign fighter europei sono più che raddoppiati e attualmente sono circa 6.000. Il 20-30% è tornato a casa. In Europa sono tra i 1.200 e i 2.000, in Italia 10 (su 87 partiti). Mentre l’attività di reclutamento e di pianificazione transnazionale di attentati non fa che aumentare, i miliziani europei riescono a sfuggire alla rete a maglie larghissime dell’intelligence europea: «Manca una vera cooperazione – dice Matthew Levitt direttore del Programma antiterrorismo del Washington Institute –. Dei 6.000 foreign fighter europei solo il 60% sono stati segnalati a Europol e questo 60% viene calcolato sulla base dei dati di soli 5 Paesi. Non basta: il Schengen Information System (Sis), non funziona. E sapete perché? Perché è un database pressoché vuoto, nessuno manda dati». Parigi e Bruxelles ci hanno mostrato come le cellule e gli attacchi siano ormai transnazionali. «Loro sono globali, le nostre intelligence ancora no». Basta pensare al caso di uno degli attentatori di Bruxelles, Ibrahim El Bakraoui, fermato dalla Turchia qualche mese prima di farsi esplodere, poi espulso senza che nessuno lo sapesse. Era rispuntato in Belgio, che lo aveva rilasciato. «Le informazioni che potrebbero essere la chiave per prevenire il prossimo attacco – dice il segretario generale dell’Interpol Jurgen Stock – devono essere condivise in maniera regolare da tutte le agenzie, di tutti i Paesi. E devono essere più veloci dei terroristi».

Gli allarmi sembrano rincorrersi a vuoto e le misure prese insufficienti. In Europa manca un’agenzia unica e ci sono troppi database di raccolta dati dei sospettati, ma incompleti o inaccessibili alle stesse autorità, figurarsi a Paesi «stranieri». Come se non bastasse i foreign fighter europei sfuggono a qualsiasi modello: sono laureati o quasi analfabeti, sono medici, ingegneri ma anche disoccupati o delinquenti comuni. Sono giovani uomini, donne, madri e bambini. Uno su tre è un europeo convertito, gli altri sono nati in Ue da famiglie immigrate. Alcuni partono per sempre, altri tornano a casa, molti muoiono sul campo. Ma tracciare un profilo utile – per prevenire e deradicalizzare – è praticamente impossibile. E trovare una soluzione per abbassare il rischio che una volta tornati a casa mettano in pratica addestramento e indottrinamento dello Stato Islamico è difficilissimo. «Non sappiamo cosa faranno quelli che tornano – aggiunge Levitt – e non sappiamo cosa faranno quelli che non riescono a partire»

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Foto VOA News CC0/Public domain

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