I criminali che minacciano l’Europa

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[Di Stefano Stefanini, La Stampa] – L’immigrazione che sta minando la fiducia e la tenuta dell’Europa ha una faccia visibile e una nascosta. L’una è quella delle barche cariche di umanità, a perenne rischio naufragio, delle marce attraverso i Balcani, dei campi di fortuna nei rigori dell’inverno; l’altra è quella della lucida progettazione, organizzazione e commercializzazione di questo immenso movimento di esseri umani da un continente all’altro. Ci preoccupiamo molto della prima, troppo poco della seconda.

La prima è il dramma umanitario che pone all’Europa problemi d’accoglienza, di sicurezza, d’integrazione e di tensioni identitarie. La seconda il lucrativo business internazionale. Togliamoci dalla testa che immigrazione dalla Libia, o pirateria dalla Somalia, siano opera di poveri pescatori. I pescatori sono la mano d’opera; quadri e dirigenti d’impresa sono altri.

Migranti economici e rifugiati politici sono la domanda, il viaggio, in condizioni spesso subumane, è l’offerta. L’immigrazione clandestina è merce all’ingrosso: i profitti dipendono dal volume, con una fisiologica percentuale di scarti. Che questi ultimi siano vite umane non scalfisce la vitalità commerciale. Chi compra biglietto acquista il trasporto, magari in carro bestiame, non anche la garanzia di arrivo a destinazione.

Talvolta, come due giorni fa nel canale di Sicilia, i più fortunati lo devono alle Marine di tutta Europa, a cominciare da quelle di prima linea, italiana e greca. La sopravvivenza è indifferente a chi li ha fatti arrivare fin lì.

“Dall’America all’Europa un solo network di trafficanti”

Scopriamo adesso, come scrive oggi Marco Zatterin, che questo commercio ha sempre meno di spontaneo e di locale e sempre più i caratteri di un’efficiente e ben oliata impresa multinazionale. Non è solo Ikea ad aver scoperto i vantaggi delle economie di scala e dell’organizzazione modulare. Il traffico d’immigranti non sarà una centrale unica ma appare una rete di collegamenti e modus operandi che si estende dal Messico e dall’America Centrale al Golfo di Guinea e alla Siria. Un Uber criminale che offre i suoi servizi dove ce ne sia bisogno. E, viene il sospetto, se funziona bene per il trasporto di umanità varia perché non espandere il business ad altre categorie merceologiche: prostituzione, armi, sigarette, droga, diamanti? Le vie del traffico, e dell’arricchimento, sono finite; una volta fatti gli investimenti per aprirle bisogna cercare di massimizzarne l’utilizzazione. Anche per diversificare e rispondere con flessibilità ad improvvise chiusure, come quella che l’Ue ha concordato con la Turchia.

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Foto LetsAllStayCalmHere cc-by-nc-sa 2.0

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