Il vento della destra europea

Dopo la vittoria al fotofinish del verde Van der Bellen in Austria contro il candidato nazionalista Hofer, il continente guarda al cambio di equilibri. [di Francesca Paci, La Stampa]

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Da mesi in Europa il vento delle destre si è fatto incalzante. Due anni fa, quando alla vigilia delle elezioni per il Parlamento di Strasburgo «La Stampa» intraprese un viaggio tra i giovani europei per capire in che stato di salute fosse la Generazione Erasmus, s’intravedevano già i sintomi della stanchezza per la politica e della tentazione anti-sistema che in breve avrebbero spinto aventi in quasi tutti i paesi i partiti nazionalisti e le forze populiste-conservatrici. Lunedì ci siamo ritrovati a contare una per una le schede degli austriaci residenti all’estero in attesa di sapere se il partito di estrema destra e il suo candidato Hofer sarebbero riusciti a espugnare la presidenza, pionieri nel vecchio continente che ha costruito la sua identità post seconda guerra mondiale sulla messa al bando del nazi-fascismo: ha vinto il verde Van der Bellen, ma per appena 31 mila voti.

Dove siamo oggi, con la paura dell’immigrazione che pompa la percezione dell’assedio e la costruzione nuovi muri? Il New York Times ha realizzato una mappa che traccia la crescita dei partiti di destra e destra radicale in 20 paesi d’Europa, qualcuno come la Romania già a partire dal 1996 (dieci anni prima dell’ingresso nell’UE), altri successivamente. Ne emerge un fotografia inequivocabile in cui però ci sono degli spunti di riflessione: in Italia, per esempio, il fenomeno è leggermente diminuito, considerando che nel 1996 Alleanza Nazionale (sdoganata da Berlusconi) registrò il 16% contro il 4% della Lega Nord nel 2013. Le cose cambiano rapidamente e nel frattempo Matteo Salvini si è fatto largo nel cuore degli italiani più malmostosi: il trend di fatto indica sempre più a destra.

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C’è l’Austria, dove al primo turno delle presidenziali il Freedom Party ha ottenuto il 35,1% (può contare al momento su 40 dei 183 seggi parlamentari) e dove l’ultra destra cresce sistematicamente dal 1999. C’è la Polonia, con il partito Diritto e Giustizia in crescita costante dal 1999 fino ad aver portato Beata Szydło all’attuale premiership. L’Ungheria di Orban sarebbe il caso studio per capire cosa è accaduto alla in proporzione meno ”oppressa” tra le province sovietiche se non fosse che il suo partito, Fidesz, appare perfino “moderato” rispetto ai neo-nazisti di Jobbik, la formazione alla sua destra che è diventata la terza forza politica ungherese. C’è la Francia, ovviamente, che frena l’avanzata di Marine Le Pen con una ferrea legge elettorale ma che pur salvando per ora la presidenza non riesce a drenare la rabbia montante tra i cittadini, l’insoddisfazione, la frustrazione, la violenza repressa e destinata a trapelare in qualche modo. Ci sono poi, interessanti, i casi di Spagna e Portogallo dove, forse in virtù della memoria recente di regimi autoritari non ancora interamente metabolizzati, non ci sono destre rilevanti. È c’è l’Italia in cui, secondo molti analisti, gli anni di Berlusconi hanno paradossalmente sdoganato gli ex fascisti di Fini finendo però per imborghesirli e per ridurne sul momento le pulsioni più estremiste.

(Francesca Paci, LaStampa.it, cc-by-nc-nd)

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Foto: simpatizzanti nazionalisti in Lettonia – Pablo Andrés Rivero cc-by-nc-nd

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