TTIP: 10 falsi miti (secondo la Commissione UE)

Sul Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti si sente di tutto. Ecco qualche chiarimento della Commissione europea.  [di Federica Colli Vignarelli, Wired.it]

ttip_ue_(greensefa_CC-BY)

Tra rivelazioni allarmanti e rischi per i consumatori, una delle maggiori perplessità in merito al sempre più dibattuto Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership, o Ttip) riguarda la trasparenza delle trattative. Il sentimento generale è che queste si svolgano a porte blindate, in un’atmosfera cospirativa che vede allearsi governi e colossi industriali precludendo ai comuni mortali ogni possibilità di accesso ai contenuti dei diversi round di negoziazione. Non è proprio così.

Forse non tutti lo sanno, ma il sito web della Commissione Europea mette a disposizione una serie infinita di documenti, verbali, report e analisi che permettono non solo di conoscere a quale punto siano le trattative, ma anche di cosa le controparti abbiano discusso durante i singoli incontri. Tra questi documenti ce n’è uno, in particolare, esplicitamente volto a spiegare in modo semplice e accessibile i 24 capi di cui il Ttip sarà composto.

Ciò che ci si potrebbe aspettare è di trovarsi davanti un’ode faziosa all’imminente accordo con gli States, totalmente priva di tutte quelle perplessità che attanagliano la gente comune. E invece no. La Commissione europea raccoglie le 10 principali critiche al Ttip avanzate dall’opinione pubblica e spiega in 20 slides perché si tratta di 10 falsi miti.

1. Il Ttip indebolirà gli standard europei di protezione degli individui e del pianeta. In realtà, gli standard europei sulla protezione non sono in vendita. Né in negoziazione: il Ttip garantirà il mantenimento dell’indipendenza regolamentare e legislativa europea così come del principio di precauzione, mirando semplicemente a tagliare i costi del mantenere metodi di controllo differenti laddove gli standard coincidono ma alcune (spesso irrilevanti) regole di dettaglio no.

Si pensi all’industria automobilistica, vitale per entrambe le economie: l’adozione di regole comuni (per quanto riguarda ad esempio air bag e crash test) porterebbe a un abbattimento di costi per i produttori e a un risparmio sul prezzo finale per i consumatori. Stesso dicasi per le compagnie aeree: i voli interni statunitensi potrebbero essere operati anche da linee europee (cosa a oggi preclusa), con riduzione delle tariffe e creazione di posti di lavoro; benefici anche per l’industria farmaceutica: l’adozione di standard comuni agevolerebbe l’ingresso in Europa di medicinali statunitensi, incrementando la concorrenza e riducendo gli spesso esorbitanti prezzi al consumo.

2. Il Ttip abbasserà gli standard europei di sicurezza alimentare. In realtà ne vuole garantire il mantenimento, e anche del metodo con il quale vengono fissati. La regolamentazione sugli ogm rimarrà esattamente com’è; il Ttip non costringerà l’Europa a importare ogm che non siano stati approvati dall’Ue stessa, né carni trattate con ormoni, né carni provenienti da animali clonati. Anche perché a regolare la sicurezza alimentare, prima del Ttip, c’è la World Trade Organization (Wto), che con gli accordi Gatt e Sps garantisce la sovranità di ciascuno stato nel determinare i propri standard di sicurezza, e promuove l’armonizzazione dei test solo nel caso di equivalenza, se non del metodo, del risultato scientifico.

Nessun obbligo, quindi, di adeguare gli standard europei ai più morbidi criteri statunitensi; al massimo si verificheranno casi come quello delle ostriche: Italia e Francia non possono esportarle agli Stati Uniti perché, mentre i test batteriologici europei analizzano l’ostrica, quelli americani studiano l’acqua in cui è cresciuta. Essendo stata provata scientificamente l’equivalenza tra i due metodi, alle ostriche basterà superare i controlli europei per poter essere felicemente esportate.

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Foto greensefa CC-BY 2.0

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