Ucraina in mano all’uomo del presidente

parl-ucraino_(wikimedia)

A circa due anni da euromaidan l’Ucraina stenta a trovare una stabilità politica. Dopo mesi di stallo in seguito alla crisi di governo del febbraio di quest’anno, l’insediamento del nuovo governo presieduto da Volodymyr Groysman assomiglia molto a una manovra tutto fumo e niente arrosto.

Da un colpo di scena a un altro

Lo scorso febbraio il parlamento ucraino, la Verhovna Rada, è stato il teatro di un episodio piuttosto particolare. Una prima mozione – approvata la mattina del 16 febbraio – con una maggioranza di 247 voti (compresi i 120 del Blocco Poroshenko) – aveva giudicato insufficiente il lavoro del governo dell’allora primo ministro Arseniy Yatsenyuk.

Tuttavia, solo qualche ora più tardi, sulla mozione di sfiducia al governo si sono espressi favorevolmente soltanto 194 deputati, numero non sufficiente per raggiungere il quorum necessario a far cadere l’esecutivo.

L’episodio rientra in una prassi piuttosto consolidata in Ucraina dove generalmente, in assenza di sostegno popolare, il presidente tende a far ricadere le colpe sul primo ministro, incoraggiandone le dimissioni.

La caduta del governo di Yatsenyuk e le eventuali elezioni anticipate non avrebbero di certo giovato alla credibilità internazionale dell’Ucraina – di per sé già compromessa – e nemmeno allo stesso presidente ucraino Petro Poroshenko.

La caduta di Yatseniuk

Dopo mesi di stallo e sommerso dalle critiche, Yatsenyuk ha rassegnato le dimissioni il 10 aprile, giustificando la sua decisione dichiarando che “La crisi di governo è stata innescata artificialmente, il desiderio di sostituire una persona ha accecato i politici e paralizzato la loro volontà di apportare cambiamenti reali nel paese”.

Quando ha assunto la carica di primo ministro dopo euromaidan, Yatsenyuk si era definito un kamikaze in riferimento alle difficoltà di intraprendere riforme strutturali che avrebbero comportato ingenti costi politici. Così è stato ed è innegabile che Yatsenyuk abbia fatto quanto di meglio fosse in suo potere per traghettare l’Ucraina fuori dalla crisi.

Effettivamente, bisogna darne atto, Kiev è riuscita a contenere la guerriglia nel Donbass e a varare una serie di riforme, anche impopolari, come quelle del settore energetico (che hanno comportato un aumento del prezzo del gas) che erano necessarie per instradare il paese verso un’economia di mercato.

Tuttavia le frizioni con Poroshenko e le difficoltà di gestire un parlamento troppo frammentato e poco collaborativo non hanno giovato a Yatsenyuk e così l’Ucraina si trova dov’è oggi.

Volodymyr Groysman il 9 maggio

Groysman, il nuovo primo ministro vicino a Poroshenko

Tra le dimissioni di Yatsenyuk e l’insediamento di Groysman sono passati quattro giorni durante i quali si è fatto fatica ad accordarsi con Poroshenko circa l’assegnazione dei ministeri. A prima vista sembra che il nuovo esecutivo sia più politico rispetto al precedente, che era composto principalmente da tecnocrati.

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Foto: il parlamento a Kiev (wikimedia), Groysman (flickr cc-by-nd)

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