Il mercantilismo che sta uccidendo l’Europa

Uno studio recente dimostra che l’impatto della svalutazione interna sui paesi della periferia è stato – ed è – ben più grave di quanto rivelino i dati ufficiali [di Thomas Fazi, EuNews.it]

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La politica economica europea – quel combinato disposto di austerità fiscale, compressione salariale e liberalizzazioni (soprattutto del mercato del lavoro) – ha un nome: mercantilismo. Il mercantilismo, secondo la definizione di Adam Smith, è una dottrina economica che “incoraggia le esportazioni e disincentiva le importazioni” al fine di ottenere un attivo della bilancia commerciale. Al tempo di Smith (XVIII secolo), tale obiettivo veniva perseguito soprattutto limitando le importazioni per mezzo di tariffe, dazi, tasse e sussidi. Oggi l’ideologia del libero mercato – che disdegna qualunque forma di protezionismo “ufficiale” – impone agli Stati di perseguire quell’obiettivo con altri mezzi: la svalutazione interna (austerità fiscale e compressione dei salari), l’esportazione di capitali all’estero (stimolando la domanda di beni/servizi importati in paesi terzi) e – laddove possibile – la manipolazione del tasso di cambio (svalutazione/deprezzamento della valuta). Ça va sans dire che le suddette strategie, per funzionare, presuppongono che uno abbia dei prodotti appetibili da vendere; un dettaglio tutt’altro che irrilevante di cui spesso ci si dimentica quando si parla di “competitività”.

I paesi dell’eurozona, come è noto, non possono più ricorrere alla variabile del tasso di cambio per recuperare competitività nei confronti dei propri competitor europei – variabile che oggi, in un contesto di domanda globale stagnante, non avrebbe probabilmente un grande effetto sulle bilance commerciali dei paesi che dovessero farne uso, in un ipotetico scenario post-euro, ma che invece, nel bene o nel male, negli anni pre-SME (sistema di cambi fissi che spianò la strada alla moneta unica) contava eccome per paesi come l’Italia che avevano un export fondato su un’elevata elasticità della domanda rispetto al prezzo, come scrive Joseph Halevi – e, nella misura in cui quella variabile permane nei confronti dei paesi extra-euro, non è sotto il controllo delle singole autorità nazionali. Ai paesi dell’eurozona rimangono, dunque, due strumenti per perseguire politiche di carattere mercantilistico: la svalutazione interna e l’esportazione di capitali (oltre che, come già detto, il fatto di produrre beni/servizi che altri abbiano voglia di acquistare).

Ora, anche se l’Unione monetaria europea, per molti versi, potrebbe essere definita “strutturalmente mercantilista”, giacché tutto l’apparato europeo si fonda proprio sulla disinflazione competitiva, non è bastata la creazione dell’euro per far adottare politiche marcatamente mercantiliste a tutti gli Stati membri. Col risultato che, in seguito all’introduzione della moneta unica – e in maniera particolarmente evidente a partire dalla metà degli anni 2000 –, l’Europa si è progressivamente divisa in due blocchi: quello dei paesi mercantilisti/esportatori/creditori (i paesi del “centro”, guidati dalla Germania, mercantilisti da sempre) e quello dei paesi consumatori/importatori/debitori (i paesi della “periferia”, tradizionalmente più dipendenti dalla domanda interna). È opinione comune, tanto a destra (Sinn, Schäuble, ecc.) quanto a sinistra, che l’esplosione del surplus tedesco sia da imputare soprattutto alla politica di moderazione salariale adottata dalla Germania, che avrebbe reso la Germania “più competitiva” rispetto ai paesi della periferia, che invece hanno adottato politiche salariali più espansive. Con la differenza che Sinn e Schäuble sostengono che gli squilibri delle partite correnti sono stati causati dal fatto che i paesi della periferia non hanno seguito l’esempio di successo della Germania nel tagliare il costo del lavoro, mentre i critici della Germania accusano quest’ultima di aver “affamato” i propri vicini attraverso un’eccessiva compressione dei salari.

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