Sfiducia ed egoismo, i mali di un’Europa sempre più centrifuga

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Il 9 maggio ricorre la Giornata dell’Europa. Tuttavia, mai come quest’anno, la celebrazione appare un artificio retorico assai poco sentito. L’Europa attraversa un periodo difficile a causa di molteplici motivazioni. Parafrasando Metternich, che alla notizia dell’abdicazione di Luigi Filippo d’Orleans sentenziò «quando Parigi starnutisce l’Europa si becca un raffreddore», si potrebbe dire a nostra volta che quando l’Europa ha il raffreddore tutti starnutiscono, e qualcuno si prende pure la polmonite. Sembrano lontani anni luce i giorni in cui le magnifiche sorti e progressive dell’Europa sembravano inarrestabili e la fiducia sul ruolo regolatore dell’Unione sembrava essere, se non infinita, almeno ben fondata.

Salutando ad esempio l’ingresso dell’Italia nella convenzione di Schengen nel 1998, il presidente della Camera Luciano Violante scriveva: «Il consolidamento del sistema Schengen pone come urgenza la necessità di costruire una politica comune capace di governare i flussi migratori dei cittadini extracomunitari. Lo spazio Schengen, e più in generale l’Unione europea, non possono infatti concepirsi come fortezze assediate, né possono pensare di delegare ai singoli paesi di frontiera la gestione di quei flussi»[1]. Parole, come si vede, profetiche, ma parole che non sono state inverate dallo sviluppo successivo dell’accordo Schengen, che oggi viene sovente sospeso da più paesi e non gode affatto, neppure lui di buona salute. Mentre al solo parlare di cooperazione nella gestione dei flussi dei rifugiati più di un paese europeo mette mano alla pistola.

In definitiva, pare come se la spinta degli anni passati si sia via via esaurita e manchi ormai, più che il know-how su come affrontare i diversi problemi continentali, proprio la fiducia sulla capacità dell’Unione di risolverli.

Schengen in questo senso è un esempio abbastanza calzante: nato nel 1985 come strumento di semplificazione per un’area (quella compresa tra Francia, Germania e Benelux) già di fatto integrata, esso nel tempo è stato assorbito dalla normativa comunitaria diventando, con il trattato di Amsterdam (1997) parte integrante dell’acquis comunitario. Le barriere fisiche tra gli stati aderenti alla convenzione sono state rimosse, i caselli e le pensiline dei posti di frontiere sono state smantellate oppure sono rimaste oggetto di curiosità di artisti e fotografi, quasi una nuova forma di archeologia post-industriale. Tutto questo però non è servito a mettere al riparo dalla possibilità che ostacoli o barriere alla libera circolazione venissero riproposti perché gli stati sono comunque rimasti padroni del loro spazio e dei loro confini, mostrando chiaramente che rimuovere una barriera fisica e rimuovere la legittimità di tale barriera sono due cose diverse: quando la paura e la sfiducia hanno fatto sentire il loro peso, Schengen è diventato un semplice nome e non più un vincolo.

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Foto K.G.Hawes cc-by-nc-nd

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