Avanza la rivoluzione dei robot: 240mila in più nell’ultimo anno

hitec-robot-indus_(jiuguangw CC-BY-SA)

Anni di crisi economica hanno aperto baratri profondi nel mondo del lavoro, ma accompagnato il silenzioso ingresso nelle fabbriche e negli uffici di una nuova categoria di occupati: i robot, moderni servi della gleba. Si tratta come noto di impiegati assai apprezzati dai loro datori di lavoro: non chiedono aumenti di salario, non mettono in piedi sindacati, non scioperano. E sono sempre di più.

Secondo gli ultimi dati diffusi dall’International federation of robotics (Ifr), nel corso dell’ultimo anno i robot industriali hanno tagliato per il terzo anno consecutivo un nuovo record di vendite: 240mila unità nel mondo – +8%, a fronte di un Pil globale cresciuto del 3% -, un incremento all’incirca pari a quello di tutti i lavoratori (umani) dipendenti in Italia nello stesso periodo.

Il +8% segnato dalle vendite di robot industriali è un dato medio, che racchiude una realtà complessa. Ad oggi la più grande domanda di mercato continua ad arrivare dal settore automobilistico, e riguarda soprattutto i robot articolati grazie alla vasta gamma di applicazioni e modelli disponibili: su 240mila unità totali vendute, 150mila rientrano in questo segmento. Spostando il confronto sul terreno dei mercati nazionali, è la Cina a mostrare la più alta domanda di robot industriali (+16% delle vendite nel 2015).

Non è un caso. Come spiega un’indagine appena condotta per il Mit di Boston, oggi il settore manifatturiero della Cina vale il 36% del Pil locale, e impiega circa 100 milioni di persone (in  tutti gli Usa sono 12 milioni). È qui che si concretizza un quarto della produzione manifatturiera di tutto il mondo, quando solo 16 anni fa la percentuale era ferma al 3%. Una crescita vorticosa che ha finito per riguardare inevitabilmente anche i salari degli operai, cresciuti del 12% annuo a partire dal 2001: adesso i paradisi dello sfruttamento e del lavoro sottopagato si sono sposatati altrove. Vietnam, Thailandia e Indonesia offrono ad esempio operai con salari che costano meno di un terzo rispetto agli omologhi dei centri urbani cinesi; il pianeta Terra rimane però uno spazio finito, e presto anche in questi paesi i lavoratori reclameranno maggiori diritti. I robot, invece, no. Per questo oggi la Cina guarda con appetito all’automazione industriale, con l’obiettivo di diffondere le cosiddette “dark factory”, fabbriche completamente automatizzate. Un orizzonte che, al contrario di quanto si possa pensare, ad oggi vede la Cina indietro rispetto ai competitor occidentali (Italia compresa).

La Cina sta infatti importando un numero enorme di robot industriali, ma al momento sono 36 le unità presenti ogni 10mila dipendenti umani in fabbrica. Ai vertici della “densità robotica”, che misura il grado di automazione di un Paese, svetta oggi la Corea del Sud con 478 unità ogni 10mila dipendenti, seguita sul podio da Giappone e Germania. Gli Usa sono settimi in questa particolare classifica, l’Italia nona.

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Foto Jiuguang Wang cc-by-sa 2.0

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