Brexit. Ipotesi UNO: ci lasciamo

Come andrà a finire il voto sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione europea. L’ambasciatore Antonio Armellini delinea i due scenari opposti, ragioni e conseguenze. In questo articolo si ipotizza una vittoria del fronte a favore dell’uscita. Nel prossimo, immagineremo il trionfo di chi vuole rimanere nell’Ue. [Di Antonio Armellini, IAI]

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Dunque è ufficiale: Londra esce dall’Unione europea, Ue. L’incertezza dopo che i primi exit polls avevano indicato un testa a testa, è finita nella giornata di ieri con la conferma di risultati più deludenti del previsto per il remain.

Non solo nel Nord dell’Inghilterra ma, sorprendentemente, in Scozia e in Ulster. Non si è trattato di un tracollo: la percentuale – 56% a favore e 42% contro – ricorda quella del referendum sulla Scozia del 2014, così come il numero di votanti, che è rimasto al disotto del 60%.

La sconfitta comunque c’è stata: le grandi città – Londra, Manchester, Birmingham – hanno votato compattamente per il remain, ma l’appoggio del Sud dell’Inghilterra per il brexit non ha subito incrinature. Jeremy Corbin ha lasciato trasparire fin troppo che il suo impegno era solo di facciata e il “soccorso rosso” del voto laburista non si è materializzato quanto sarebbe stato necessario.

Voto di pancia

Che il voto sarebbe dipeso non tanto da considerazioni razionali (non ce n’erano molte, a favore del brexit) quanto psicologiche e “di pancia” lo si sapeva sin dall’inizio.

L’ultimo psicodramma greco e il fallito tentativo di dare vita a un vero sistema di controllo comune alle frontiere, mentre l’accordo con il presidente turco Racep Tayip Erdogan traballa vistosamente e si è aperto un nuovo drammatico fronte con la Libia, hanno alimentato in un elettorato in cui sono mancati i giovani (su cui contava il remain), quel miscuglio tipicamente britannico di insularismo fatto di diffidenza per tutto ciò che sa di straniero, di nazionalismo nutrito da nostalgie imperiali per una inesistente “anglosfera” in cui trovare rifugio salvifico dall’Europa, su cui puntavano i brexiteers per contrare il coro degli argomenti che quasi tutta l’industria, la City e la grande maggioranza degli alleati avevano intonato per sostenere il governo.

Quest’ultimo ha sottovalutato il pericolo di far apparire il referendum non già come una scelta sull’Ue, bensì fra l’arroganza cosmopolita delle élites e la difesa della gente comune da una globalizzazione incontrollata. Ci sarà tempo e modo per analizzare meglio le motivazioni del voto, ma la componente del rifiuto della politica intesa come prevaricazione di una casta lontana dagli interessi di quanti dovrebbe rappresentare, ha giocato più del previsto nell’orientare un voto che definire semplicemente populista sarebbe riduttivo.

Le correnti di protesta che si sono viste all’opera in Gran Bretagna si ritrovano in forme diverse e con motivazioni a volte molto lontane anche altrove nel vecchio continente: si tratta di un ulteriore campanello d’allarme per i meccanismi legittimanti dell’azione politica così come l’abbiamo sin qui conosciuta e del quale dovremmo preoccuparci tutti.

Dall’Europa reazioni prudenti

In Europa le prime reazioni sono di prudenza. Angela Merkel ha dichiarato che il risultato dovrà essere uno stimolo per la piena attuazione dell’Ue e su Londra è rimasta sul generale, dicendosi sicura che si troverà un’intesa capace di promuovere i legittimi interessi di entrambi.

Anche Matteo Renzi si è limitato a dirsi dispiaciuto per il risultato e a sottolineare che in ogni caso la Gran Bretagna rimane un membro fondamentale della famiglia europea.

Un po’ più esplicito Hollande, il quale ha detto che adesso i Ventisette non dovranno perdere tempo nel rinserrare le fila della costruzione comune.

Tutt’altra musica fra i nuovi paesi membri dell’Europa dell’Est. L’ungherese Viktor Orbane il polacco Andrzej Duda hanno annunciato una riunione straordinaria del Gruppo di Visegrad per chiedere che il referendum britannico sia replicato in tutti gli altri Paesi dell’Ue che lo vorranno. Ad applaudire a queste dichiarazioni anche l’Austria, seguita dal silenzio un po’ sbigottito di gran parte degli altri.

Regno Dis-Unito

David Cameron ha annunciato che non si dimetterà prima di aver impostato il negoziato ex art. 50 con l’Ue che dovrà stabilire “le nuove basi della collaborazione fra una Gran Bretagna libera e sovrana e una Europa democratica e amica”. Una mossa tattica disperata, nel tentativo di evitare l’implosione del partito e di tenere a bada Boris Johnson.

È assai difficile che possa riuscirvi: i conservatori sono sempre più spaccati fra una fazione, di cui potrebbe prendere la testa lo stesso Johnson, che punta ad assorbire l’Ukip di Nigel Farage e spostare più a destra l’asse del partito, ed una che guarda a Kenneth Clarke per dare vita a un nuovo partito moderato e filo-europeo, in cui potrebbe trovare ospitalità quel che rimane delle truppe liberali. Una ipotesi travolgente per la Gran Bretagna, ma il brexit costituisce una svolta epocale e il sistema dei partiti potrebbe subirne le conseguenze.

Nel frattempo, Nicola Sturgeon ha già annunciato che la Scozia chiederà un nuovo referendum sull’indipendenza e l’adesione all’Ue. Il Premier irlandese ha rilanciato la proposta di un “referendum di confine” che salvaguardi i diritti della minoranza unionista dell’Ulster nella futura Irlanda unificata. Il Galles per ora tace, ma non ci sarebbe da stupirsi se – come la Bielorussia all’epoca della dissoluzione dell’Urss – finisse per ritrovarsi indipendente “suo malgrado”.

Un Regno Dis-Unito intorno alla sola Inghilterra assiste al tripudio dei brexiteers che, avvolti nei loro Union Jack, fingono di non ascoltare il monito che Barack Obama non ha tardato a rinnovare già ieri.

Nuova Norvegia o Svizzera, maxi-Singapore, battitore libero nell’Omc: il negoziato con l’Ue sarà tutt’altro che una passeggiata e i vincitori del referendum dovranno pensare a quale strategia seguire. Non sembrano averne per ora alcuna e potrebbero essere guai.

Come lo saranno quasi sicuramente per il resto dell’Europa, che dovrebbe poter cogliere l’occasione del brexit per rilanciare la sua coesione interna e procedere finalmente verso una unione anche politica, ma che dovrà guardarsi verosimilmente dalla spinta disgregatrice del referendum per l’insieme dell’Ue. Una grande confusione sotto il cielo, di cui non si sentiva davvero il bisogno.

Antonio Armellini, Ambasciatore d’Italia, commissario dell’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente (IsIAO), via Affarinternazionali.it

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Illustr: BSlovacchia

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