Il punto sui Panama Papers

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[Di Philip Di Salvo / Wired.it] Berlino – A quattro settimane dalla loro pubblicazione, i Panama Papers, il recente scoop giornalistico internazionale sui paradisi fiscali offshore, fa ancora parlare di sé. Al di là dei contenuti dell’inchiesta, che, tre le altre cose, hanno portato alle dimissioni di capi di stato e ministri europei, il dibattito prosegue anche dal punto di vista più strettamente giornalistico. Un aspetto, in particolare, è ancora oggetto di discussione: qual è il modo più corretto di gestire la pubblicazione di un leak confidenziale di oltre 11 milioni di documenti?

A re:publica, la conferenza berlinese dedicata a internet e società, si è parlato anche di questo tema insieme a Frederik Obermaier, giornalista investigativo di Süddeutsche Zeitung che ha lavorato al caso, e Renata Avila, avvocatessa ora alla World Wide Web Foundation vicina a WikiLeaks. Il dibattito, moderato da Max Hoppenstedt dell’edizione tedesca di Motherboard, è partito dall’analisi dei risultati ottenuti dai Panama Papers: “ci sono ancora molte storie nei dati”, ha detto Obermaier ribadendo la forte soddisfazione per la rilevanza ottenuta dallo scoop, “e c’è stato un dibattito parallelo a quello sui contenuti e che ha avuto a che dire con il modo in cui abbiamo pubblicato i documenti”.

Per Renata Avila questo si traduce nella scelta della Süddeutsche Zeitung e dell’International Consortium of Investigative Journalists di non pubblicare l’intero corpus di documenti: “Panama è il posto dove le élite del Centro America vanno a nascondere i loro soldi”, ha ricordato Avila partendo dal suo passaporto guatemalteco, “avere a disposizione tutti i dati ci darebbe la possibilità di svolgere più ricerche, correlando ad esempio le date dei contratti con quelle dei viaggi di personalità pubbliche e politiche”.

“Mi è sembrato, invece, di tornare indietro al giornalismo nel 2008/2009”, ha spiegato poi Avila riferendosi alla fase pre-WikiLeaks, “quando i giornalisti erano convinti che i cittadini non fossero in grado di mettere mano ai documenti per fare le loro analisi”. Avila ha anche criticato l’atteggiamento dei reporter che hanno lavorato ai Panama Papers, che hanno espressamente voluto marcare le differenze tra il loro lavoro e quanto fatto da Julian Assange: “pensavo ci fossimo lasciati alle spalle la differenziazione tra ‘noi giornalisti e WikiLeaks’ e senza avere accesso ai documenti stiamo perdendo una grande occasione”.

Frederik Obermaier, invece, ha difeso la scelta di non mettere a disposizione tutti i documenti citando la ferma volontà di proteggere la fonte dello scoop, il whistleblower che ha consegnato i materiali di Mossack Fonseca al suo giornale: “anche io penso ci sarebbero vantaggi nel pubblicare tutti i dati”, ha spiegato il giornalista tedesco, “ma dobbiamo anche pensare alla protezione della fonte. Per noi, è la cosa più importante e non ha niente a che vedere con la superiorità del giornalismo”. “Il rischio insito nel pubblicare tutto è quello di esporre la fonte, anche non intenzionalmente, ed è un rischio troppo alto. Non vogliamo assolutamente che il whistleblower possa finire in prigione o ucciso”, ha spiegato Obermaier.

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“Negli ultimi anni sono nate diverse alternative a WikiLeaks“, ha continuato il giornalista della Süddeutsche Zeitung, “qualche anno fa WikiLeaks era un’opportunità unica, ora ci sono altre soluzioni a disposizione dei whistleblower e molte testate si sono dotate di canali di comunicazione più sicuri. Questo è un segno importante e lascia ai whistleblower più possibilità di scelta”. “Abbiamo parlato con decine di esperti”, ha aggiunto il giornalista, “e tutti ci hanno confermato che, pubblicando tutto, è impossibile garantire che non ci siano indizi che potrebbero compromettere la fonte, la quale ha scelto noi perché voleva che i documenti fossero toccati in modo espressamente giornalistico”.

Per Renata Avila, invece, la protezione delle fonti dipende principalmente dalle salvaguardie legali, specialmente su un piano internazionale che, ancora, non sono sufficienti: “c’è ancora bisogno di un’iniziativa come WikiLeaks, dato che i media sono generalmente ancora messi troppo sotto pressione. Quello che mi spaventa di più è invece l’assenza di un meccanismo istituzionale per la protezione delle fonti”.

Stimolato dalle domande del pubblico, Obermaier ha poi parlato dei prossimi passi relativi all’inchiesta: “al momento, tutti i partner stanno ancora lavorando sul materiale e, anche se condividiamo tra di noi i nostri risultati, non c’è regola fissa su come pubblicare”. Più che naturale aspettarsi la pubblicazione di nuove rivelazioni, anche nei singoli paesi coinvolti: “la prima deadline comune era dovuta solo al fatto che non volevamo che i partner si perdessero in una corsa allo scoop. La pubblicazione continuerà nei prossimi giorni e nelle prossime settimane”, ha confermato il giornalista della Süddeutsche Zeitung a Berlino.

La discussione su quale sia stato l’impatto dei Panama Papers sul giornalismo, comunque, è ancora in corso, anche al di là della questione relativa a come dare al pubblico gli 11 milioni di documenti che compongono il leak. Per Obermaier, comunque, un aspetto è già chiaro: “abbiamo imparato che è sempre più importante parlare di quello che facciamo con chi ci legge e rispondere alle domande dei lettori sul nostro metodo e le scelte che abbiamo fatto, due anni fa non avremmo fatto le stesse scelte”. Un punto cruciale per favorire la trasparenza dell’informazione e l’accountability nei confronti dei cittadini.

(Philip di Salvo, Wired.it)

Immagine ICIJ

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