L’esperienza di Slow Food Italia al “Dobry Trh” di Bratislava. La lezione di Alberto Fabbri

Alberto Fabbri, presidente onorario del movimento in Emilia Romagna, ha tenuto sabato  23 aprile al “Dobry Trh” di Bratislava una digressione sui 30 anni di attività  di Slow Food Italia (nacque a Bra nel 1986 come Arci Gola), con le sue battaglie per una rivalutazione del cibo sano di una volta, un “ritorno all’antico” che però ambisce a un future più sano per una società sempre più votata al consumismo usa e getta, a un cibo spazzatura poco salutare e fonte di enormi sprechi. Ce ne parla Matteo Sica, che era presente all’incontro.

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«Per Slow Food l’industria agroalimentare non può essere ridotta al pari di una qualsiasi attività economica di un paese, giacché produrre vino e produrre formaggio non è come produrre bulloni», e Alberto Fabbri, relatore italiano che, su invito dell’Istituto Italiano di Cultura, ha oggi parlato al pubblico del “Dobry Trh” (ovvero ”il Mercato Buono”), riunitosi nella primaverile atmosfera di Piazza Jakubovo a Bratislava, ha ben chiaro che la missione e i principi dell’associazione Slow Food si imperniano su un ritorno a quell’atteggiamento sano e a quell’attenzione consapevole che preesistevano al dilagare moderno dei modelli dell’industria «del massimo profitto». E Fabbri ricorda che il cibo «non è semplicemente un modo per sopravvivere, ma è soprattutto un modo per vivere, dare e ricevere cultura».

Il ruolo di Slow Food è quello di dare dei nuovi modelli culturali e di alimentazione che dovranno rimpiazzare quelli che sono stati propagati nel mondo – e certamente in modo estensivo anche da noi in Europa –, mediante una strategia capillare globale simile a quella della diffusione di una qualsiasi altra “moda”. Il cibo sano e un’alimentazione corretta, equa e sostenibile, non possono essere una moda, né una corrente ideologica: «Slow Food ha come elemento ideale, come metodo filosofico, quello della laicità. Non facciamo nessuna scelta che abbia una connotazione di carattere ideologico. Ad esempio, il vino lo beviamo perché ci piace, non perché ci convince!».

In Europa sussiste, in modo oggi particolarmente visibile, una situazione di iniquità sociale e pertanto di suddivisione della ricchezza, la quale si palesa anche in merito all’accesso collettivo al cibo di qualità. Tuttavia è importante riuscire a convincere il maggior numero possibile di cittadini e di compratori ad atti di semplice responsabilizzazione come «leggersi l’etichetta, provare a conoscere il produttore per sapere quel piatto da dove viene, e così facendo compiere un passo in avanti verso la conoscenza, verso la consapevolezza e verso una migliore qualità della vita. Diamo attenzione a quel che facciamo. Usiamo i nostri sensi, usiamoli tutti».

A chi teme che una sana e giusta alimentazione stia diventando appannaggio esclusivo delle più abbienti fasce economiche delle attuali società mondiali, Fabbri ha suggerito di andare «nella casa di una famiglia normale, e aprire il frigorifero, per trovare una sorta di sarcofago pieno di cibo che non verrà mangiato mai. Se andate davanti a un supermercato, e guardate il carrello della spesa di un qualsiasi compratore, troverete tanto junk food, che non serve a nulla, che non ha nessuna qualità. Allora qualche volta spendere qualcosa in più per comprare magari da un piccolo produttore e non spendere in un supermercato a comprare del cibo spazzatura, ci fa mangiare meglio e ci fa pure risparmiare».

slowfood

Nonostante il suo raggio d’azione (internazionale a partire dal 1989) e la portata ampia dei suoi obiettivi, Slow Food ha scelto la strada del comunicare alle persone esempi positivi e di evitare sempre le critiche aggressive. Basti pensare che all’inizio della sua esperienza (Slow Food è nata in Italia ed è stata fondata in Piemonte nel 1986 da Carlo Petrini), non ha parlato attraverso i mass-media, evitando la stampa e le televisioni, conquistandosi però, assieme a riscontri positivi anche un’aura di «snobismo». Il primo grande muro da abbattere era «fatto di omologazione, di cibi che ormai avevano perso la loro anima. Dovevamo recuperare le grandi tradizioni della cucina italiana, per esempio, che era stata travolta da uno tsunami della banalizzazione, dall’industrializzazione forzata delle produzioni, quindi non avevamo tempo di avere un linguaggio che era adatto alla comunicazione. La comunicazione, tutte le comunicazioni hanno un linguaggio. Non avevamo tempo per quello. Dovevamo semplicemente dire la verità e recuperare un tempo, un gap che era troppo grande. E quindi camminavamo, giravamo per le regioni italiane, incontravamo delle persone e gli davamo una pacca sulla spalla. Poi siamo cresciuti e sono passati degli anni. Oggi siamo grandi, in Italia oggi abbiamo 40.000 iscritti: adesso siamo nella comunicazione, si parla in televisione come sui giornali, siamo dovunque».

Slow Food sostiene che alimentarsi non sia un fatto banale, e che il cibo non sia semplicemente un modo per sostentarci. Si lavora per diffondere un cibo di «totale» qualità e pertanto esso deve essere insieme «buono, pulito e giusto». «Buono significa che è un cibo preparato con i criteri con i quali si è sempre preparato nella tradizione. Teniamo sempre presente che la tradizione non sta ferma, semplicemente va molto lentamente, ma non sta ferma. Pulito, cioè che sia compatibile con un pianeta che non possiamo continuare a portare alla deriva dell’inquinamento e della distruzione, e giusto perché se un pomodoro del Salento, che è una zona dell’Italia, viene raccolto sfruttando la manodopera di gente che viene pagata pochi centesimi all’ora, sarà anche buonissimo organoletticamente, ma noi dobbiamo smettere di mangiarlo».

Slow Food in Slovacchia

In relazione all’attività di Slow Food in Slovacchia, operativa dal 2012, Fabbri ha spiegato che «i connotati fondamentali che oggi ci sono in Italia ci sono anche in Slovacchia. Lavorare per un’agricoltura più sostenibile, per una produzione alimentare che non abbia soltanto nell’iper-igienismo il metro di raffronto ma che recuperi anche le tradizioni del sapere popolare, vivere la gastronomia cioè come un elemento di piacevolezza, di piacere, di convivialità, sono sentimenti e problemi italiani come slovacchi. Se gli amici di Slow Food sapranno lavorare qui con pazienza, con buona lena, con curiosità, con intelligenza mi auguro che nel giro di qualche anno si possano vedere dei grandi successi anche in terra slovacca».

La Slovacchia si è affermata come un notevole produttore vinicolo e non è un caso che la stessa Slow Food sia nata in Italia sotto forma di associazione eno-gastronomica. In Italia il vino era sostanzialmente un modo di alimentarsi, quindi era considerato come un cibo. Lo è stato per decenni. Poi negli anni 80 «è successo il famosissimo scandalo del vino al metanolo» racconta Fabbri, e da lì è partita la rinascita del vino italiano, la quale puntava sulla qualità come elemento di finalizzazione della produzione. Slow Food si è sforzata di dare la possibilità ai vini veri, naturali, e anche bio-dinamici, di avere il loro spazio, avendo piena consapevolezza del valore della politica agricola biologica e biodinamica ai fini di un progetto di sostenibilità ambientale. Purtuttavia, «Slow food non è primariamente un’associazione di vino biodinamico perché noi crediamo altrettanto fortemente che ci siano tanti altri vini ugualmente buoni e sani e che si debba tendere all’obiettivo di avere una buona qualità del bere».

Un ritorno all’antico “piatto delle nonne” sembrerebbe così la scelta più sana, coraggiosa e saggia, come suggerito da Slow Food. E ci sono tante buone ragioni: intanto perché è preparato secondo una tradizione popolare che si basava su un maggiore rispetto della natura, della persona e del cibo e poi perché – come Fabbri ha commentato a microfoni spenti –, abbiamo tanta fiducia nella forza delle donne oggi.

Ed è grazie particolarmente alla pura dedizione e all’entusiasmo delle donne – Petra Molnárová e Monika Svetliková erano presenti oggi allo stand di Slow Food Slovacchia, e al tavolo del dibattito con i loro appassionati interventi –, che il progetto di un mondo realmente più sano lo si riesce a immaginare più raggiungibile.

(Matteo Sica – IIC Bratislava)

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Nota: il Dobrý trh (Mercato buono) è una iniziativa volta a promuovere (dal 2011) il cibo sano con l’organizzazione (in collaborazione con Slow Food Pressburg) di mercatini alimentari stagionali e temporanei in alcune aree del centro della città (in particolare su piazza Jakubovo e su via Panenska). Slow Food Pressburg è un convivio locale nato nel 2011 che sostiene i produttori locali artigianali, i contadini e allevatori per la produzione di piatti buoni e giusti nella Slovacchia occidentale (regioni di Bratislava, Trnava, Trencin e Nitra).

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Foto: Matteo Sica

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