Il paradiso perduto dei Panama papers

I paradisi fiscali esistono perché l’industria finanziaria si basa sull’individuazione di prodotti competitivi da offrire al mercato. E alcuni privati cittadini cercano discrezione nella gestione delle proprie ricchezze, spesso per nasconderle al fisco. Situazioni che richiedono risposte diverse.

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L’industria finanziaria e i controlli dei paesi

La vicenda dei cosiddetti Panama papers ha sollevato, per l’ennesima volta, un interrogativo: perché esistono – e come si possono reprimere – i paradisi fiscali? Esistono perché i ricchi e potenti di tutto il mondo non vogliono far sapere quanto possiedono e dove. E, poi, perché il business della finanza deve offrire rendimenti maggiori di quelli ordinari e la fiscalità del prodotto è, in quest’ottica, decisiva. Le due facce della medagli (i ricchi e potenti da un lato, l’industria finanziaria dall’altro), però, devono essere ben distinte, pena non capire quali rimedi si possono apportare.

L’industria finanziaria è basata sull’individuazione di prodotti competitivi da offrire al mercato. Chi vuole raccogliere fondi da investire deve individuare il veicolo giuridico (società, fondo d’investimento, partnership, accordo di co-investimento o altro) con cui procedere alla raccolta e, poi, la catena di veicoli (spesso più di uno) attraverso cui procedere alle successive operazioni di investimento e disinvestimento.

Il veicolo adatto alla raccolta è quello che procederà nel tempo alla distribuzione del risultato realizzato e deve avere caratteristiche tali da renderlo appetibile a investitori provenienti da diverse parti del mondo, il che vuol dire con sistemi di tassazione anche molto diversi fra loro. E questo comporta la ricerca di veicoli che pagano tasse minime (meglio se zero) sia nella fase di realizzo sia nella fase di distribuzione dei profitti. I più utilizzati sono appositi strumenti giuridici – limited partnership – costituiti lì dove le legislazioni, pur di ispirazione anglosassone, sono più largheggianti e l’intervento della competenti autorità di controllo meno invasivo. Se c’è anche il segreto bancario meglio, ma è spesso sufficiente una lunga (e risaputa) tradizione di scarsa collaborazione con le richieste di authority (giudiziarie o finanziarie) di altri paesi. È questa la ragione che porta a verificare che in cima alla catena di hedge fund e fondi di private equity c’è quasi sempre una partnership di Jersey, di Bermuda o delle British Virgin Islands.

Queste strutture di investimento sono relativamente trasparenti e se possono operare (costituendo ulteriori veicoli per investire nei paesi e mercati serie A) significa che le authority dei paesi ricchi da cui perlopiù provengono gli investimenti le tollerano. Il che vuol dire che i paradisi fiscali devono la propria esistenza e il proprio ruolo a un dissenso solo apparente dei loro committenti principali, i quali sono, spiace dirlo, proprio i paesi che li dovrebbero combattere perché ne subiscono i danni.

Ma qual è la ragione di questo masochismo? Semplice: la battaglia può essere vinta solo se la si fa tutti insieme perché chi pone freni avvantaggia il concorrente che non li ha ancora posti. E così l’Italia aspetta la Francia, che aspetta l’Inghilterra, che aspetta l’Irlanda.

Anche le grandi industrie usano i paradisi fiscali. Vi domiciliano, perlopiù, beni immateriali (marchi e brevetti) oppure attività di compravendita su larga scala. Vi accumulano profitti che non vengono distribuiti per evitarne la tassazione al momento del rimpatrio, attendendo la buona occasione di un cambio di legislazione che consenta una mitigata tassazione. Occasione che – la storia insegna – prima o poi si concretizza. Certo, la legislazione dei paesi cui dovrebbero tornare queste ricchezze ha creato svariate forme di difesa, ma i risultati appaiono davvero ancora troppo modesti.

Il paradiso dei ricchi e potenti

Diverso è, invece, il contesto dei ricchi e potenti. Qui si tratta di persone fisiche il cui obiettivo è spesso duplice. Da un lato, intendono evitare di pagare le tasse nel paese di serie A in cui dimorano. Dall’altro, sono molto più interessati – rispetto alle imprese – all’elemento della “discrezione” nella gestione delle proprie ricchezze. Il ricco e potente deve, infatti, tenere lontani i riflettori dal quanto e come accumula e rifugge la trasparenza sui suoi comportamenti come il veleno. Ma in quest’opera è, spesso, uno sprovveduto. Ed ecco che si materializzano schiere di professionisti (fiscalisti, avvocati, notai) ovvero banchieri di investimento privato che trovano per loro le soluzioni più appropriate. E sono società di paesi improbabili (Kenia, Uruguay, Samoa) con azioni al portatore, trust neozelandesi, mandati fiduciari o puri e semplici prestanome residenti in capo al mondo che prestano, appunto, il proprio nome per mestiere.

La complicità degli stati di provenienza dei ricchi e potenti è qui meno avvertita e, tutto sommato, più mirata al singolo individuo piuttosto che alla “categoria”. Le amministrazioni finanziarie competenti dovrebbero, infatti, mettere insieme il tenore di vita del singolo contribuente e confrontarlo con i redditi dichiarati (con un meccanismo analogo a quello del redditometro). L’attività potrebbe far emergere incongruenze fra le due grandezze e giustificare un accertamento di maggior reddito, ma non è detto che porti alla scoperta delle ricchezze possedute in paradisi fiscali. Per questi c’è forse una sola soluzione: la confisca (per equivalente) incondizionata – cioè sempre e comunque – di tutte le attività ivi detenute e non dichiarate.

(Tommaso Di Tanno, via LaVoce.info)

Illustr: B.Slovacchia

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