Cervelli all’estero (ma non in fuga): pronti a trasferirsi 6 millennial su 10

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MILANO\ aise\ – “”Vale la pena restare?”. È cambiato il paradigma. Vent’anni fa nessun ragazzo si sarebbe sognato di farsi questa domanda. Il dubbio, semmai, riguardava la possibilità di fare un’esperienza all’estero. Oggi no. Oggi ci si chiede il contrario: vale la pena rimanere in Italia? Vivere per un certo periodo all’estero è pacificamente considerato un’opportunità professionale e di vita. E a conferma di questa nuovo sguardo sul mondo contemporaneo ci sono le risposte dei Millennial italiani: l’83,4 per cento è disponibile a trasferirsi stabilmente per lavoro, in Italia (due su dieci) o fuori dall’Italia (sei su dieci). A dominare la scelta, però, non è l’idea di fuga, quanto piuttosto il desiderio di realizzarsi. Ovunque sia possibile”. Così scrive Elvira Serra che sul “Corriere della sera” online commenta i dati del Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo.

“Il nuovo scenario emerge dal Rapporto Giovani 2016, la rilevazione che l’Istituto Giuseppe Toniolo, presieduto dal cardinale Angelo Scola, promuove dal 2012 con il sostegno di Intesa SanPaolo e della Fondazione Cariplo e che oggi è arrivata alla terza edizione: una indagine continua su un campione di 9 mila giovani tra i 18 e i 32 anni. Oltre alla propensione a muoversi da parte degli intervistati, c’è il dato di fatto certificato dall’Anagrafe degli italiani residenti all’estero, che sono quasi raddoppiati dal 2006 al 2015. L’Istat ha calcolato che lo scorso anno le cancellazioni di residenza sono state centomila, a fronte di 28 mila rientri. All’interno degli espatri, poi, è cresciuta l’incidenza dei laureati, che sono il 30 per cento di chi lascia l’Italia dopo i 24 anni.

Far circolare il capitale umano

Il saldo umano è certamente negativo. Però merita più di una lettura. “Anzitutto significa che il nostro Paese ha giovani di qualità intraprendenti, con capacità per realizzare cose importanti anche all’estero”, premette il coordinatore dell’indagine, Alessandro Rosina, docente di Demografia e Statistica sociale all’Università Cattolica di Milano. Con lui concorda don Davide Milani, responsabile comunicazione della Diocesi di Milano: “è anacronistico ragionare in termini di estero e Italia: o crediamo all’Europa o non ci crediamo. Un ragazzo che va per dieci anni a Londra non è un cervello in fuga, ma è un giovane che fa un’esperienza importante fuori dal suo Paese e che poi riporta indietro il suo capitale umano. Questo succede anche al contrario: prendiamo Lecco, per esempio, dove c’è il Politecnico e cinquantamila abitanti. Ebbene, avere 300-400 studenti che arrivano da lontano è una ricchezza. Certo, bisogna insistere e lavorare perché non solo i ragazzi vadano via, ma ritornino, e perché gli stranieri ci scelgano come meta di elezione”.

I “Neet” e il rischio “desertificazione”

Un rischio concreto già esiste. “Lo chiamo rischio di desertificazione di quella che dovrebbe essere l’età più fertile”, aggiunge Rosina. Perché ai ragazzi talentuosi sempre più pronti a conquistare altrove il loro futuro, bisogna accostare i Neet, quelli che non studiano e non lavorano, pari a 2,4 milioni tra i 15 e i 29 anni: il loro numero è passato dal 19,3% del 2008 al 26,2% del 2014, a fronte di una media europea molto più bassa, salita dal 13% al 15,4%.

Ecco perché la vera sfida da non perdere, secondo Rosina, è «quella di creare opportunità, rendere più semplice la mobilità, ma al tempo stesso valorizzare le risorse specifiche, in modo che, in definitiva, un ragazzo sia libero di restare, di partire, di tornare». E lo stesso valga per gli stranieri. Ancora un dato, tra tanti, colpisce nel Rapporto Giovani 2016: è l’idea che la felicità sia legata più al fare, che all’essere spensierati. I giovani italiani più felici sono quelli che hanno un lavoro”.

(aise)

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Foto Sam Javanrouh cc-by-nc 2.0

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