Polonia, il rischio di diventare un pariah in Europa

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La crisi istituzionale in Polonia sembra aver raggiunto ormai un punto di non ritorno. Da quando si è insediato, il nuovo governo guidato da Beata Szydło del Partito Diritto e Libertà (Prawo i Sprawiedliwość – PiS) ha lanciato un attacco senza precedenti contro media e potere giudiziario, mettendo in serio pericolo il sistema democratico del Paese.

Questa situazione ha creato un grave clima di scontro non soltanto a livello nazionale, ma anche internazionale, con diverse istituzioni che hanno condannato la condotta del governo.

Varsavia è stata già messa sotto osservazione da parte dell’Unione europea (Ue), che da gennaio ha avviato un “dialogo strutturato” con il governo per analizzare la situazione nel paese all’interno del nuovo “Quadro sullo Stato di diritto” adottato nel 2014.

E, forse anche per rintuzzare diffidenze e ostilità, il presidente Andrzej Duda ha appena rilasciato, a margine del Vertice di Washington contro la proliferazione nucleare, una serie d’interviste nelle quali sostiene che “Europa e Usa hanno una visione sbagliata della Polonia”.

Governo contro Corte costituzionale

La crisi si è acuita un paio di settimane fa, quando la Corte Costituzionale ha dichiarato parzialmente incostituzionale la legge varata dal governo lo scorso 22 dicembre e volta a emendare la legge sulla Corte costituzionale approvata nel giugno precedente. Il governo ha fortemente criticato questa decisione, e il ministro degli Esteri Witold Waszczykowski ha addirittura accusato il presidente della Corte di agire come un “ayatollah iraniano”.

Inoltre, il primo ministro Szydło ha dichiarato che il governo non pubblicherà il verdetto della Corte sulla Gazzetta Ufficiale, passo necessario per rendere il documento legalmente vincolante. Un fatto questo senza precedenti nella storia recente della Polonia, che ha scatenato forti proteste da parte dell’opposizione e della popolazione civile e che mette in serio pericolo l’intero sistema di “pesi e contrappesi” all’interno del paese.

La Commissione di Venezia condanna Varsavia

La condotta del governo è stata oggetto di critica non soltanto da parte delle istituzioni nazionali, ma anche da parte del Consiglio d’Europa. La “Commissione europea per la democrazia attraverso il diritto” (meglio conosciuta come “Commissione di Venezia”), che si occupa di fornire consulenza legale a quei paesi membri che vogliono mettere le proprie legislazioni in linea con gli standard europei, ha condannato il governo di Varsavia.

L’11 marzo la Commissione ha pubblicato, su richiesta di Waszczykowski, un’opinione sugli emendamenti votati dal governo. I membri della Commissione hanno dichiarato che i cambiamenti proposti mettono in pericolo non solo l’efficace funzionamento della Corte costituzionale, ma l’intero stato di diritto nel Paese.

La Commissione ha poi condannato la decisione del governo di non pubblicare il giudizio espresso dalla Corte costituzionale e ha invocato un accordo politico con l’opposizione per superare la situazione di impasse attuale.

Il giudizio della “Commissione di Venezia” è molto importante in quanto potrebbe condizionare fortemente le scelte future che saranno prese in seno all’Ue. Il rischio per la Polonia è che venga attivato prima il “meccanismo preventivo” previsto dall’articolo 7 del Trattato dell’Unione europea (Tue) e che poi si arrivi a un’eventuale “meccanismo sanzionatorio” con la potenziale sospensione di determinati diritti previsti dai Trattati, compreso quello di voto nel Consiglio. Misure mai prese fino ad ora, ma nate osservando l’atteggiamento dell’ungherese Victor Orban.

Intanto la decisione della Commissione di Venezia ha creato forti malumori all’interno del governo e pesanti critiche sono state rivolte a Waszczykowski, reo di aver chiesto il parere del Consiglio d’Europa. Sebbene alcuni organi di informazione abbiano ipotizzato le dimissioni del ministro, questo scenario appare ora improbabile perché indebolirebbe la posizione del Paese che si sta preparando a ospitare il prossimo summit Nato.

Nel frattempo all’interno dello stesso PiS stanno emergendo voci dissidenti che propongono un compromesso politico con l’opposizione. Tra queste spicca quella del parlamentare Kazimierz Ujazdowski, il quale pare abbia sottoposto una proposta al leader del partito Jaroslaw Kaczyński.

La “quarta Repubblica” di Kaczyński

La “quarta Repubblica” di Kaczyński sta spingendo la Polonia verso una pericolosa deriva autoritaria. Il tentativo del governo di rafforzare il controllo sui vari centri nevralgici del paese rischia non solo di aggravare il livello di scontro nel paese. Il pericolo maggiore è infatti quello che queste reiterate azioni possano isolare la Polonia a livello europeo e internazionale, incrinandone la credibilità di fronte ai partner euro-atlantici.

Dopo essersi faticosamente guadagnata un ruolo significativo nei tavoli decisionali europei (ad esempio attraverso un ruolo attivo svolto per promuovere l’Eastern Partnership e anche tramite l’elezione di Donald Tusk alla presidenza del Consiglio europeo) la Polonia rischia di diventare un pariah in Europa, spalleggiata solo dall’Ungheria di Orban.

Il governo deve pertanto trovare un accordo politico interno sul tema della riforma della Corte costituzionale, avviando un dialogo ampio con tutte le componenti della società per arrivare a un testo di riforma il più possibile condiviso.

Questo sarebbe un messaggio molto importante sul piano sia interno che esterno e dimostrerebbe che è possibile conciliare il desiderio di riformare la struttura del paese senza violare i principi europei di democrazia, diritti umani e stato di diritto.

In questa difficile partita l’Ue deve giocare un ruolo costruttivo, dialogando con Varsavia per fare in modo che il governo cambi verso alle sue politiche. In un momento di per sé già molto delicato, l’Ue non può permettersi il rischio di veder sorgere “democrazie illiberali” all’interno dei suoi confini.

(Daniele Fattibene, IAI, via affarinternazionali.it)

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Foto Alan Markey cc-by-nc

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