L’egemonia tedesca che la Germania non vuole

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Di Wolfgang Streeck per Il Mulino – L’egemonia tedesca in Europa è un prodotto dell’Unione monetaria europea e della crisi del 2008. Non fu tuttavia la Germania a volere l’euro: fin dagli anni Settanta, le sue industrie di esportazione avevano convissuto molto bene con le ricorrenti svalutazioni dei partner commerciali europei, in risposta alle quali la produzione manifatturiera tedesca si spostò da mercati price-sensitive a mercati quality-competitive. A volere una valuta comune europea fu soprattutto la Francia, per superare l’umiliazione della svalutazione del franco rispetto al marco e, dopo il 1989, per vincolare la Germania unificata a un’Europa unita, auspicabilmente a guida francese.

Fin dalla sua concezione, l’euro fu una costruzione contraddittoria. La Francia e altri Paesi europei, come l’Italia, erano stanchi di dover seguire la politica di tassi d’interesse da moneta forte della Bundesbank, che era diventata de facto la banca centrale d’Europa. Sostituendo la Bundesbank con la Banca centrale europea, essi si aspettavano di recuperare almeno una parte della sovranità monetaria perduta a favore della Germania. Chiaramente l’idea era anche di fare in Europa una politica monetaria meno ossessionata dalla stabilità e più orientata verso obiettivi politici e sociali, come la piena occupazione. Allo stesso tempo, François Mitterrand e il suo ministro delle Finanze, Jacques Delors, ma anche la Banca d’Italia, speravano di ottenere un vantaggio politico contro i partiti comunisti e i sindacati precludendo il ricorso a svalutazioni e quindi costringendo la sinistra a rinunciare alle sue ambizioni politico-economiche in conseguenza ai vincoli posti da una moneta più forte, anche se non così forte come quella auspicata dalla Bundesbank.

In Germania, la Bundesbank e gli economisti (prevalentemente ordoliberali e anti-keynesiani) erano risolutamente contrari all’unione monetaria, temendo che potesse compromettere la “cultura della stabilità” tedesca. Anche Helmuth Kohl avrebbe preferito che l’unio-ne monetaria fosse preceduta dall’unione politica. Ma i suoi partner europei volevano la moneta comune non per rinunciare alla loro sovranità, bensì per ripristinarla. Vedendo l’unificazione della Germania a rischio, Kohl accettò di dare la precedenza all’unione monetaria, nella speranza che un’unione politica sarebbe giunta più tardi, come conseguenza: superò poi la resistenza di potenti forze della sua parte politica insistendo affinché il regime monetario comune fosse costruito sul modello tedesco, con la Bce come gigantesca replica della Bundesbank.

Lo slogan con il quale il governo tedesco alla fine riuscì a vendere l’euro al proprio elettorato divenne: “L’euro: stabile quanto il marco”. I partner europei, desiderosi di concludere comunque qualcosa, alla fine firmarono il trattato, presumibilmente sperando di emendarlo più tardi sotto la pressione delle realtà economiche, in via di fatto se non formalmente. Gli anni Novanta, oltretutto, erano un periodo in cui il consolidamento fiscale costituiva un obiettivo politico comune dei Paesi del capitalismo Ocse, a cominciare dagli Stati Uniti, nel contesto della finanziarizzazione crescente dell’economia e della transizione a un regime monetario liberista, non-keynesiano. L’impegno a fissare un tetto al debito pubblico al 60% del Pil, e a un deficit di bilancio mai superiore al 3%, era nello spirito dell’epoca, e i mercati finanziari avrebbero guardato con sospetto qualsiasi Paese che non si fosse allineato.

Oggi è la Germania, insieme a Paesi come l’Olanda, l’Austria o la Finlandia, che sta godendo dei vantaggi dell’Unione monetaria europea. Ma è importante ricordare che è così soltanto dal crollo finanziario del 2008. Durante i primi anni dell’unione monetaria, la Germania era “il malato d’Europa”, e l’unione monetaria contribuì parecchio a questo stato. Il tasso d’interesse comune imposto dalla Bce, che doveva tenere conto delle economie di tutti i Paesi membri, era troppo alto per un’economia a bassa inflazione come quella tedesca.

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(Wolfgang Streeck è un economista sociologo tedesco, già direttore del Max Planck Institute)

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