Jürgen Habermas, l’ultimo europeo

Dilaniata dalle crisi che minacciano di farla implodere, l’Unione europea attraversa un periodo buio. Eppure l’ultraottantenne filosofo tedesco non si rassegna a vederla implodere e chiede agli stati membri di riprendersi.

habermas_(europapont-cc-by)

Alcuni mesi fa il tedesco Jürgen Habermas aveva espresso un atto d’accusa nei confronti della cancelliera Angela Merkel e del ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble: “Sono riusciti a giocarsi tutto il capitale politico che la migliore Germania si era costruita nel corso degli ultimi cinquant’anni”, affermava con veemenza il filosofo tedesco. Il loro è stato un vero è proprio “gioco d’azzardo” contro gli sforzi compiuti dalle generazioni precedenti per ricostruire la reputazione post bellica della Germania.

Il suo punto di vista sembra non essere mutato rispetto al 2011, quando manifestò apertamente il suo scontento per il modo in cui la classe politica aveva gestito la crisi europea. A riportarne le parole era stato allora lo Spiegel Online International:

Jürgen Habermas non tollera che “il progetto della sua generazione”, venga gettato nella pattumiera della storia mondiale.

L’Europa nasce come risultato di un lungo processo di interazione e mediazione tra interessi ed ideologie differenti. Un progetto che ha più volte incontrato degli ostacoli tali da far ripensare e riprogettare l’intera architettura delle istituzioni europee. Un progetto che Habermas sente in dovere di salvaguardare, ammonendo coloro che non credono ancora nell’avvicinarsi del collasso europeo.

L’ultraottantenne pensatore prende parola e lo fa con rabbia e delusione. Il suo è lo sfogo di chi vede consumarsi quell’ideale di coesione internazionale in cui la sua generazione aveva creduto. La frustrazione di chi non vede via d’uscita da una crisi che ha ormai solide basi e da tempo continua a farsi largo creando sempre maggiore confusione.

La responsabilità principale della crisi attuale dell’Ue è dei responsabili politici, sostiene Habermas: “I nostri politici sembrano non interessarsi ad altro che a mantenere la propria carica nel corso delle elezioni. Non hanno una vera passione per la politica, né alcuna convinzione”, riferisce ancora Spiegel Online.

Il problema della crisi è che nel momento stesso in cui si pensa di averla sotto controllo è in realtà pronta a sfuggirci di mano. Se le si lascia l’occasione, col tempo diventa impossibile prevederne le mosse, trovare delle soluzioni e comprendere chi ne sia responsabile. Questa è la colpa che Habermas attribuisce alla classe politica ed ai mezzi d’informazione. E per questo che in un suo articolo pubblicato dalla Frankufurter Allgemeine Zeitung rimproverava i politici di aver “voltato le spalle all’Europa”.

Nel suo libro Zur Verfassung Europas (“Sulla Costituzione europea”) Habermas vuole inoltre dimostrare che “il potere è scivolato dalle mani del popolo per confluire in quelle del Consiglio europeo, ovvero dei Capi di stato”.

Habermas parla di “lieve colpo di stato” di cui sono autori i tecnocrati europei che, negli ultimi anni, hanno sminuito il potere degli altri organi istituzionali europei per affermare la supremazia del Consiglio europeo che “sembra agire anche quando non è di sua competenza farlo”. Ci troviamo secondo lui di fronte un’Europa i cui stati sono guidati dal mercato e che esercita la massima influenza sulla formazione di nuovi esecutivi in Italia e Grecia

Ma c’è un’alternativa.

“Nonostante tutto, Habermas crede ancora nella razionalità dell’uomo”, conclude però Spiegel International: “Crede nella democrazia, ed in coloro che sognano di risanare l’Europa. Come filosofo, crede nel potere della parola e nella razionalità del discorso”

Sono i cittadini a fare l’Europa. Ed ogni europeo gode di un “diritto”. Può decidere di intervenire e fuoriuscire dalla condizione di semplice spettatore.

I media non devono essere complici di questa passività. Al contrario, è loro compito rendere partecipe il cittadino, aprire gli occhi su come le istituzioni dell’Ue influenzino le loro vite. Solo così potremmo davvero parlare di un’Unione europea che sia democratica.

(Luisa Ferrara, via VoxEurop.eu/it)

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Foto Európa Pont cc-by-2.0

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