Erasmus, il sogno di essere cittadini del mondo

Dopo l’incidente stradale accaduto in Spagna che ha ucciso 13 studentesse Erasmus, di cui 7 ragazze italiane, una  riflessione su cosa ha significato il progetto Erasmus per l’Europa e le sue giovani generazioni.

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Di Federico Taddia, La Stampa – Vivere un’esperienza. Imparare meglio la lingua. Assaggiare il gusto dell’indipendenza. Immergersi in un’altra cultura. Mettere il naso fuori di casa. Sono passati 29 anni e più di 3 milioni di studenti che hanno fatto le valigie per partire, ma le risposte di chi sceglie di fare l’Erasmus si ripetono nel tempo, generazione dopo generazione, con costanza e coerenza. Parola chiave: mobilità. È con questo spirito che nel 1987 nasce il Programma di scambio studentesco, ispirandosi nel nome al filosofo Erasmo da Rotterdam.

Un’intuizione felicissima, che prima di internet, prima dei confini aperti, prima dei viaggi low cost mette in connessione tra loro atenei e città universitarie, facoltà e giovani, dando vita a quella «Generazione Erasmus» protagonista dell’accelerata del desiderio di una cultura europea che andasse al di là della sola politica o sola economia. E se trent’anni fa salutare amici e parenti e avviarsi verso l’Erasmus era da pionieri, oggi è diventata una consuetudine. «Agli albori c’era una consapevolezza completamente diversa dell’Europa, si partiva per andare alla scoperta – spiega il prof. Maurizio Oliviero, ambasciatore Erasmus per l’Italia –. Oggi è diventata una condizione naturale: non è vissuta come un’occasione straordinaria.

Per i nostri giovani è come fare un’esperienza fuori sede: c’è molta più conoscenza, informazione, senso di appartenenza ad una dimensione internazionale. Rimane però un valore aggiunto imprescindibile: il mettersi alla prova fuori dal proprio contesto, per capire le proprie potenzialità e sperimentare nuove possibilità».

Welcome international Students SoSe 2016

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Sono circa 26 mila gli studenti italiani attualmente all’estero, e le nazioni preferite sono nell’ordine Spagna, Francia, Germania, Turchia e Polonia. Mentre sono 20 mila quelli ospitati, prevalentemente da Spagna, Francia e Germania, con una classifica delle sedi più ambite che vede al primo posto l’Università di Bologna, seguita da «La Sapienza» di Roma, Firenze, il Politecnico di Milano e Padova. Numeri importanti, significativi, a testimonianza di progetto che funziona e che in questi anni, con l’avvento dell’Erasmus+ si è allargato ai docenti, ai tirocinanti nelle imprese, ai giovani imprenditori, varcando anche i confini dell’Europa, dall’America Latina fino all’Iran, dove proprio un’italiana è stata la prima a passare sei mesi a Teheran. «È pezzo del percorso formativo che ti cambia, ti fa tornare diverso da come eri partito – commenta il prof. Oliviero –. Quando si rientra non si è più solo cittadini di un luogo, ci si sente cittadini del mondo. Si perde quel senso di legame soffocante con la propria terra d’origine: si stacca la zavorra, ci si sente più leggeri e più aperti. E non è un caso se la maggior parte degli Erasmus poi chiedono di poter ripetere esperienze simili». Innamoramenti senza frontiere e appartamenti multilingue, le ore passate sui libri e l’appuntamento con lo spritz, le lezioni al mattino e i lavoretti rimediati in qualche locale alla sera, le sessioni d’esame e le gite «toccata e fuga» per andare alla scoperta delle città e delle bellezze della nazione ospitante. Tanto studenti, un po’ turisti, ma soprattutto giovani. Colorati, leggeri, impegnati, casinisti.

Iperconnessi con gli amici e anche con mamma e papà, da tranquillizzare a centinaia di chilometri. Con qualche telefonata in meno e qualche WhatsApp in più. E con Facebook, Twitter, Instagram e mille altri social network che rendono l’Erasmus un momento social. Da vivere da soli, ma da far rivivere a tutta la propria cerchia di conoscenze. «È fondamentale l’impatto che questi studenti hanno anche nelle città che li ospitano. Portano vitalità e diversità, stimoli e motivi di incontro e confronto – conclude Oliviero –. Per le università che li accolgono è una grande prova: inizialmente c’era reticenza, ora c’è uno spirito nuovo. Sappiamo che per noi docenti è una sfida. Ci costringe a innovare, a usare le lingue, a migliorarci nella didattica. Siamo sulla buona strada per comprendere tutto questo: completeremo il percorso quando gli atenei avranno compiuto il loro ricambio generazionale». Sulle bacheche degli studenti di tutta Europa in queste ore si stanno moltiplicando i messaggi di solidarietà per i compagni morti nell’incidente stradale. Ma, così come era successo nelle ore subito successive alla strage del Bataclan, gli Erasmus si stanno stringono attorno a se stessi. Si scrivono. Si uniscono. Si ritrovano negli appartamenti. Per superare la paura insieme. E trovare il coraggio per testimoniare il valore, assoluto, della mobilità.

(Federico Taddia, via La Stampa)

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Foto Jirka Matousek, flickr cc-by

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