L’italiano imbruttito ai tempi di Internet

#Escile, “scendo il cane”, “comportazione”. Tra modi di dire virali e accenti messi a caso, stiamo modificando la lingua italiana. I social network riscriveranno i dizionari?

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Tempo fa, discutendo con un amico in rete, ho difeso a spada tratta un articolo firmato Umberto Croppi (apparso sull’Huffington Post) in cui si sosteneva che il plurale di curriculum fosse, appunto, curriculum. Il mio interlocutore insisteva con curricula, l’originale latino, mentre io ritenevo che il termine dovesse essere trattato alla stregua di un qualsiasi vocabolo straniero. Così come posso dire (o scrivere) che in casa ho due computer (e non due computers) allo stesso modo nella vita ci capita di presentare svariati curriculum, non curricula. L’amico mi aveva zittito con una spiegazione proveniente addirittura dal sito dell’Accademia della Crusca, dove si difendeva il plurale latino. Ebbene, una nota di aggiornamento a cura di Raffaella Setti e datata novembre 2015, proprio su questo argomento, mi ha finalmente confortato, confermando la possibilità di utilizzare “il plurale invariato curriculum, ormai largamente diffuso e quindi accettato” . Peccato, potevo scommetterci una cena.

Come cambiano, dunque, le lingue, e come resistono all’esplosione di modi di dire virali che si impongono sul lessico dei ragazzi di oggi? L’influenza dell’uso popolare è decisiva e spesso porta a cambiamenti drastici, generando così un certo malcontento in quelli che non accettano che il tempo passi e il volgo imponga ogni volta il suo modo di parlare. Per esempio, oggi tanti utilizzano “piuttosto che per introdurre una serie di alternative, dunque con valore disgiuntivo: “potremmo andarcene a Londra, piuttosto che a Parigi, o Barcellona…” ma questa scelta colloquiale, molto in uso al Nord, fa storcere il naso a tanti (al punto da aver generato un divertente sketch con Caterina Guzzanti, su MTV) e secondo la Crusca potrebbe portare a pericolose ambiguità, oltre a essere “in contrasto con la tradizione grammaticale della nostra lingua e con la storia stessa del sintagma”. Accade qualcosa di molto simile con “settimana prossima al posto di la settimana prossima (anche questo slang di matrice settentrionale infatti è stato oggetto di un altro sketch nello stesso programma). Lo si sente dire con tale frequenza, perfino (anzi, soprattutto) in ambito lavorativo, che anche un maniaco della grammatica come me ci casca spesso. E poi viene bacchettato pubblicamente (com’è giusto che sia).

Che cosa dire poi di #escile, l’hashtag virale che ha portato perfino a una faida tra alcune università? In questo caso siamo di fronte a un uso dichiaratamente dialettale, di origine meridionale, e dunque errato del verbo uscire (intransitivo). La sua versione transitiva suona comica e, se possiamo discutere fino al prossimo Natale su quanto sia di cattivo gusto o fuori luogo in ambito universitario, di certo non possiamo non comprendere il successo e la diffusione del fenomeno nell’ambito dei social network. Alcune modelle probabilmente stanno ancora ringraziando per la popolarità raggiunta grazie a quest’iniziativa nata per gioco in rete. Ma potrebbe mai diventare un termine “ormai largamente diffuso e quindi accettato” per l’Accademia della Crusca?

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