Primavere arabe 5 anni dopo: cosa non ha funzionato?

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Nonostante l’accordo sulla crisi siriana raggiunto nella notte, disillusione e disincanto segnano in questi giorni l’anniversario della caduta del regime di Mubarak in Egitto, data simbolo delle Primavere arabe, termine con il quale è stata definita quell’ondata di proteste senza precedenti che nel 2011 si diffuse rapidamente nel mondo arabo.

Se Tunisia – dove tutto è cominciato –, Egitto, Libia, Siria, Yemen e Bahrein sono stati i paesi maggiormente coinvolti, anche Algeria, Iraq, Giordania, Arabia Saudita, Oman, Marocco e Kuwait hanno conosciuto movimenti di protesta. Cinque anni dopo i paesi della regione hanno vissuto evoluzioni diverse.

Qualche governo è stato in grado di portare avanti timide riforme e sembra oggi conservare saldamente il potere. Tre paesi, Siria, Yemen e Libia sono stati falliti, impantanati in conflitti civili. L’Egitto è alle prese con una restaurazione.

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La sola Tunisia sembra invece continuare a sperimentare una complessa transizione democratica. In tale contesto, questo dossier analizzerà alcune questioni chiave: il dibattito sulla compatibilità di questi paesi con la cultura e i principi democratici; il futuro dell’islam politico, che sino a poco tempo fa sembrava intrecciare le fortune con le Primavere arabe; le cause economiche delle rivolte, sostanzialmente immutate; il ruolo dei media e dei giovani; il processo crescente di radicalizzazione di parte della popolazione; le responsabilità dell’Occidente.

Leggi tutto il dossier sul sito ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale)

Foto: sopra Wikipedia,
sotto Libia 2011 BRQ Network cc-by 

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