Il sistema Schengen e una crisi (forse) fatale

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La storia d’amore tra i popoli europei declina romanticamente nel bel mezzo dell’inverno più caldo mai registrato, in un’atmosfera da fine epoca segnata da guerre, attentati terroristici, naufragi mortali nel Mediterraneo e solite minacce di espulsione della Grecia (stavolta dall’area Schengen).

Un “matrimonio” d’interessi

Era partita come la classica storia d’amore: Mitterrand e Kohl, mano per mano, a giurarsi amore eterno dopo quasi un secolo di lotte fratricide, culminate con la conquista hitleriana di Parigi nell’estate 1940. Si potrebbe dire, in termini psicanalitici, che il desiderio di fratellanza europea sgorgava dalla paura del “padre autoritario” (Hitler, appunto) che tanto sconquasso aveva portato nel Continente e, successivamente, dal timore dell’espansione sovietica che arrivava fino a Berlino. In un certo senso, quello europeo era quindi un amore obbligato, non scelto. Un difetto originario di cui solo oggi si vedono le conseguenze.

In ogni caso, come nelle migliori storie d’amore, la coppia si era cementata grazie ai “figli”: uno di questi, forse il prediletto, era – attualmente possiamo parlarne al passato – il trattato di Schengen. Per generazioni di europei è stata la parola magica che significava poter cercare un lavoro all’estero, poter raggiungere la ragazza tedesca conosciuta in un campeggio estivo o anche poter passare il Capodanno a Parigi senza dover passare dalle forche caudine del controllo passaporti. Tante scocciature obliterate dal semplice nome di un villaggio semisconosciuto del Lussemburgo. Schengen è stato un figlio adorabile, ma si è arenato sulla soglia dei 30 anni, non sapendo bene che strada prendere. I suoi genitori lo stanno a guardare, incerti sul da farsi. La verità è che sono impantanati da anni in una crisi coniugale, si guardano storto, ma fanno finta di andare d’accordo davanti agli amici per salvare le apparenze.

La crisi di Schengen

La crisi di Schengen è il culmine di un processo di disgregazione avviatosi da tempo: la crisi economica del 2008 ha dato un colpo esiziale, seguito poi dalle crisi sovrane (Grecia, Italia, Spagna, Irlanda e Portogallo), coronato infine dalle guerre nel vicino Oriente con il loro carico di disperazione umana (senza dimenticare il conflitto congelato in Ucraina e i separatismi risorgenti in Catalogna e Corsica). Su tutti questi fronti, l’Unione è apparsa debole e divisa, senza una strategia coerente.

La cancelliera Merkel è un simbolo dell’esitazione patologica che contraddistingue la confederazione: prima braccia aperte verso i profughi siriani, in seguito – dopo i fatti di Colonia – ripiegamento dettato dall’ostilità crescente dell’opinione pubblica tedesca. Lo stesso copione si è ripetuto varie volte sia sulla vicenda greca che sull’unione bancaria. Del resto, anche sulle sanzioni verso la Russia e sugli impegni richiesti dalla coalizione a guida americana in Iraq, appaiono evidenti le frizioni tra alleati di un tempo.

Tutto questo  è normale, nel senso che l’UE è un organismo con procedure macchinose, gravato dalla fatica di dover mettere d’accordo 28 Paesi diversi che hanno interessi non sempre convergenti e con culture ancora lontane. Tuttavia – questa appare la condanna dell’UE – questi non sono tempi normali: le guerre, le ondate di migranti combinate al calo demografico dei “locali”, il crollo dell’inflazione, la disoccupazione giovanile e i cambiamenti climatici sono fenomeni epocali che mal si abbinano ai riti azzimati officiati nelle stanze di Bruxelles. Le opinioni pubbliche sono sequestrate in un sentimento di paura esistenziale, filtrata da schermi televisivi in cui i politici appaiono impegnati in discussioni edotte che si concludono inevitabilmente in un fallimento. Un teatrino che ha stancato perfino i più moderati.

Una crisi fatale?

Probabilmente Schengen non finirà: si troverà una toppa che reggerà fino alla prossima crisi. Probabilmente il Regno Unito non uscirà dall’UE nel referendum previsto a giugno 2016. Non ci saranno grandi scossoni: la popolazione europea è mediamente anziana e avversa al rischio, i giovani sono perlopiù depoliticizzati e rassegnati a un declino “dorato”, in cui le rendite patrimoniali accumulate da genitori e nonni possono in qualche modo sostenerli durante percorsi lavorativi accidentati o totalmente assenti. L’aspetto davvero inquietante è che questa UE rischia di morire non per uno shock improvviso, ma per una lenta consunzione.

(Giacomo Giglio, via Europae)

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Foto Jon Worth cc-by-2.0

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