I 7 libri più influenti mai scritti

Visto l’immenso numero di testi scritti da quando la grafia è stata scoperta, potrebbe sembrare praticamente impossibile decretare, tra questi, i 100 libri più influenti. Eppure, Martin Seymour-Smith, poeta e critico letterario di origine britannica, l’ha fatto. L’opera in cui è raccolta la suddetta lista è un saggio enciclopedico dal nome I 100 libri più influenti mai scritti: Storia del pensiero dall’antichità a oggi”, pubblicato nel 1998. Naturalmente, nella sua classifica Smith ha annoverato non solo quelle composizioni che hanno influenzato il pensiero dell’uomo in maniera radicale, ma anche quei testi religiosi costituenti credi e culti millenari, oltre a scritti che hanno dato un contributo fondamentale alla letteratura mondiale. A seguire, i primi sette:

  1. Il libro dei Mutamenti.

«Esamina dapprima le parole, medita tutto ciò che esse intendono, le norme fisse allora si palesano. Se tu però non sarai l’uomo giusto, a te il significato non si svela»: esordisce così, nel I Ching che compone il testo, l’autore di quel manuale che Confucio reputa il libro della saggezza. Viene – anche attualmente – utilizzato a scopo divinatorio dal popolo e a livello universitario da matematici, filosofi, fisici e altri scienziati. Esso, ritenuto il primo dei testi classici cinesi, risale all’alba dell’impero cinese stesso: sopravvisse persino alla distruzione delle biblioteche, ordinata dal Primo imperatore Qin Shi Huang Di e viene tramandato da duemila anni. Il corpus dell’opera è diviso in due sezioni: jing (detto anche classico) e zhuan (conosciuto pure come commentario). La prima porzione è composta da 64 esagrammi di sei linee, i quali rappresentano, se continue, il principio dello yang; dello yin, invece, se interrotte. Per ogni esagramma vi è una spiegazione, chiamata guaci.

  1. L’ Antico Testamento.

Chiamato così perché contiene tutti i libri della Bibbia che precedono la nascita di Gesù, antecedenti dunque, al Nuovo Testamento. Viene definito pure Bibbia ebraica. Non solo comprende il Pentateuco (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio), ma anche gli scritti dei profeti maggiori (Isaia, Geremia, Ezechiele) e dei profeti minori. Questi scritti narrano gran parte della storia cristiana: i racconti vanno dalla creazione del mondo e, quindi la storia di Adamo ed Eva, fino ai regni di Saul, Davide e Salomone, passando per Abramo, Isacco, Giacobbe e Mose (che liberò gli ebrei dalla schiavitù in Egitto attraversando il Mar Rosso e ricevendo le tavole dei dieci comandamenti da Dio sul Monte Sinai). Si parla pure della diaspora ebraica – avvenuta per mano prima degli assiri e poi dei babilonesi – e della distruzione di Gerusalemme.

  1. I poemi epici di Omero.

Essi sono l’Iliade e l’Odissea. La prima narra un breve periodo ambientato all’epoca della Guerra di Troia, verificatasi a 51 giorni dall’ultimo anno di conflitto. Il poema è incentrato sull’ira di Achille, scatenatasi in seguito a una lite con il re Agamennone per il possesso di Briseide, schiava: da qui il “piè veloce” si rifiuterà di combattere. Egli rientrerà in guerra per dichiarare battaglia a Ettore, figlio di Priamo (re di Troia) e assassino di Patroclo (amico e cugino di Achille). Quest’ultimo ucciderà il prode troiano e placherà la sua ira soltanto al momento del dialogo finale con il padre della sua vittima. La seconda opera, invece, narra del viaggio di Odisseo (Ulisse, colui che ideò il cavallo di legno con cui gli achei espugnarono Troia) per tornare nella patria Itaca dopo la guerra di Troia. Egli solcherà i mari incontrando mostri e creature mitologiche (Polifemo il ciclope, la maga Circe, le Sirene, Scilla e Cariddi eccetera) per poi tornare a casa, ivi troverà sua moglie, Penelope, insidiata dai proci. Con l’aiuto del figlio Telemaco e della dea Atena, li uccide tutti rivendicando, così, il proprio talamo nuziale. Sovente è, da parte dell’autore, citare l’intervento divino in ambedue i poemi. Le opere di Omero – che, peraltro, si dice fosse cieco – hanno così segnato la letteratura classica divenendo i canoni di ogni autore greco e latino.

  1. Le Upanisad.

Questi testi, redatti in lingua sanscrita, sono un insieme di brani religiosi e filosofici indiani composti tra il IX-VIII secolo a.C. e il IV secolo a.C. Successivamente ne furono aggiunte altre, divenendo 300: le maggiori, tuttavia, sono le prime 14. Vennero trasmesse oralmente fino a quando – nel 1656 – il sultano islamico Dara Shikoh (1615-1659) ordinò di tradurne in forma scritta, dal sanscrito al persiano, circa 50. Il termine “Upaniṣad” deriva dalla commistione di più vocaboli o prefissi sanscriti, quali “sad”(sedere), “upa” e “ni” (vicino). Il titolo, dunque, suggerisce l’ascolto di insegnamenti di Guru, i maestri spirituali del tempo, dai quali non a tutti era concesso poterne trarre dottrina: lo storico delle religioni (indù in particolare) Mario Piantelli spiega come – in base alle note dell’antico commentatore Bhaskara – le persone di basso ceto non potessero udirle. La pena di tale “reato” per chi le avrebbe ascoltate senza alcuna qualifica, consisteva nel versare al colpevole piombo fuso nelle orecchie. Esse sono, pertanto, commentari “rahasya” (segreti) dei Veda (testi sacri induisti). Le Upanisad, in sostanza, sono le radici di quella quercia secolare che è l’induismo.

  1. Il Daodejing di Lao Zi.

Detto anche Tao Te Ching (Libro della Via e della Virtù), è un testo cinese di prosa – talvolta rimata – redatto intorno al IV e III secolo a.C. per mano del filosofo cinese Lao zi. Composto da blocchi di tavolette, risulta essere di difficile interpretazione ,anche perché tali blocchi, vista la caducità della rilegatura, si mescolavano spesso creando problemi riguardo l’ordine originale. In vero, Lao Zi, suo autore, non è neanche un personaggio di esistenza certa: neppure lo storico cinese Sima Qian si dichiara capace di pronunciarsi in materia. Peraltro, l’opera ha subito numerosi rimaneggiamenti sino al primo periodo Han (206 a.C. – 220 d.C.). Il Daodejing parla, comunque, di un’età violenta, ove i sovrani cinesi si dichiaravano costantemente guerra a vicenda. Quest’epoca risultò, a prescindere, la primavera della creatività del pensiero cinese. La leggenda narra che Lao Zi andò via dalla corte di Zhou, stanco del suo continuo guerreggiare, arrivando, in sella al suo bufalo, al confine del suo stato, ivi fu fermato dal guardiano del valico, chiamato anche Yin del valico, il quale gli disse che non poteva abbandonare il regno senza aver lasciato un segno tangibile della sua saggezza. All’uopo, compose il Tao Te Ching per poi andarsene: di lui, dopo quest’episodio, non si seppe più nulla.

  1. L’Avesta.

Conosciuto pure come “Il Fondamentale” o “Il Comandamento” di Zarathustra, esso sarebbe il titolo complessivo di tutti i testi della religione mazdeista, composti nell’antico Iran. L’opera – di autore sconosciuto – non solo, tratta di religione, ma anche di astronomia, astrologia, cosmogonia e diritto di famiglia. In verità, la parola “Avesta” ha più significati: essi vanno da “fondamento” a “comandamento”, passando per “lode”; nondimeno, quale di questi sia il più corretto è ancora oggetto di dibattito. Scritto in una lingua riconducibile al ceppo dialettale iranico nord-orientale, l’alfabeto con cui è riportato si chiama Din Dabireh (Scrittura per la religione). A comporlo sono le seguenti sezioni: lo Yasna (scritto da Zarathustra) e Kordah Avesta (diviso a sua volta nelle sezioni chiamate Yu(va)tdevdat e Vispe Ratavo (ai quali si aggiungono anche infiniti frammenti nask). Yasna comprende un insieme di precetti atti a disciplinare il culto, mentre Kordah Avesta le norme da impartire al devoto per rifiutare i demoni e diverse preghiere.

  1. I Dialoghi di Confucio.

Essi sono un insieme di pensieri, precetti e dialoghi scritti dal filosofo cinese Confucio e dai suoi discepoli. Il titolo in lingua cinese significa precisamente “discussione sulle parole (di Confucio, sottinteso). La loro stesura risale al periodo delle primavere e degli autunni e a quello dei regni combattenti (479 a.C. – 221 a.C.): considerati come “la Bibbia” del pensiero di Confucio, sono tutt’oggi oggetto di studio (soprattutto in Asia).

Come fanalino di coda, all’ottavo posto Smith pone Le Guerre del Peloponneso di Tucidide, storico greco; al nono posto il Corpus Hippocraticum, i quali comprende tutti gli insegnamenti del medico greco Ippocrate e, infine, il Corpus Aristotelicum al decimo posto, opera che include tutti gli scritti di Aristotele. Com’è ovvio, in tale classifica domina l’ordine cronologico: gli scritti più antichi sono i più influenti (anche perché, oltre ad aver operato anche sugli altri componimenti, hanno prevalso sul tempo). In questa classifica, comunque, sono compresi gli scritti di Erodoto (Le Storie), Platone (La Repubblica), il Dharma (testo del Buddhismo), il Nuovo Testamento e il De Rerum Natura di Lucrezio, oltre che l’Eneide di Virgilio. In aggiunta, sono menzionati il Corano, Le Confessioni di Sant’Agostino, la Commedia di Dante (a cui Boccaccio attribuì l’aggettivo “Divina”), Il Principe di Machiavelli, Sulle rivoluzioni dei corpi celesti di Copernico e il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei. Opere religiose e classiche a parte, meritano una citazione – in quanto presenti in graduatoria – pure Don Chisciotte di Cervantes, Candido di Voltaire, Critica della ragion pura di Kant, Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels, L’origine della specie di Darwin, Saggi sugli ibridi vegetali di Mendel, Guerra e Pace di Tolstoj, Così parlò Zarathusta di Nietzsche e 1984 di Orwell.

(Francesco Raguni, vocidicitta.it)

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