Siria, altro che pace: inizia l’assedio di Aleppo

siria-aleppo_(FreedomHouse-cc-by)

I negoziati di pace rinviati a chissà quando. Aleppo quasi accerchiata e sotto assedio. Altri siriani fuggono a decine di migliaia verso la Turchia. In queste settimane il regime di Assad e diversi gruppi ribelli dovevano sedersi attorno a un tavolo e far tacere le armi. Invece Ginevra 3, il percorso diplomatico proposto dall’Onu e appoggiato da tutte le potenze regionali, non è neppure iniziato. E le armi hanno parlato eccome: sulle montagne tra Latakia e Idlib e più a nord attorno ad Aleppo. I ribelli sono in rotta, così a Russia e Iran conviene che la guerra continui ancora per un po’.

La diplomazia ha fallito ancora

Le trattative di pace dovevano iniziare alla fine di gennaio. Sotto l’egida dell’Onu bisognava trovare un accordo su pochi punti essenziali: stop agli assedi e apertura di corridoi umanitari, cessate il fuoco generale, fissare i paletti per un processo politico inclusivo con obiettivo nuove elezioni nel giro di un paio di anni. Ma i problemi sono iniziati ancora prima, e non era difficile immaginarlo. Perché non c’è mai stato un accordo unanime su chi dovesse partecipare alla trattativa: chi siede attorno al tavolo diventa per ciò stesso interlocutore legittimo.

Occasione d’oro per molti gruppi ribelli. Con grande difficoltà quelli appoggiati da Arabia Saudita, Qatar e Turchia si sono riuniti a Riyadh a dicembre per creare una piattaforma comune. Ma la Russia li considera terroristi – più che altro per ostacolare i suoi rivali regionali. Il Cremlino aveva indicato una soluzione: si stili una blacklist condivisa e vincolante per tutte le parti in causa. Ovviamente quella lista non è mai stata redatta. Anche i ribelli hanno alzato il tiro: via libera alla diplomazia solo se il regime blocca bombardamenti e assedi. Così non è stato, e l’immagine di Ginevra 3 consegnata alla storia è quella di uno stanzone completamente vuoto.

Inizia l’assedio di Aleppo

Oltre alle questioni formali, entrano in gioco anche considerazioni tattiche. La più importante di queste è: perché scendere a patti, cioè concedere qualcosa all’avversario, se lo sto battendo sul campo? Caso mai, l’accordo si cercherà quando la guerra arriva a un punto morto. Così ragiona Mosca, in questo seguita a ruota da Teheran. Poche settimane fa il fronte lealista ha strappato ai ribelli la città di Salma, nodo strategico per avanzare su Idlib. Allo stesso tempo, i russi sono riusciti a tagliare il cosiddetto corridoio di Azaz, cioè l’unica linea di rifornimento dalla Turchia per i ribelli di Aleppo.

Adesso sembra solo questione di tempo. Un intervento più corposo della Turchia sembra decisamente improbabile. Le fazioni ribelli asserragliate ad Aleppo sono sempre più litigiose, soprattutto il Fronte al-Nusra e Ahrar al-Sham un tempo alleati di ferro. Così per il regime, male che vada, resta una zona di sicurezza sotto il suo controllo che comprende la capitale Damasco (e i collegamenti con il Libano), la zona costiera (con la base russa) e l’area a fortissima vocazione commerciale di Aleppo. Anche se la Siria come la conosciamo oggi si sfaldasse, quello è un mini-Stato che può camminare sulle sue gambe.

Il fattore Isis

Intanto qualcosa potrebbe cambiare nell’altra metà della Siria. Gli Usa stanno aumentando consiglieri militari e forze speciali. Nell’estremo nord-est sotto controllo curdo pare stiano attrezzando una base militare. È nei pressi di Rmelan: può servire da punto d’appoggio per un’offensiva su Mosul in Iraq, in mano all’Isis da giungo 2014. Ma rafforza anche i curdi che sono a poche decine di chilometri dalla “capitale siriana” dell’Isis, Raqqa. Molto vaga, almeno finora, l’ipotesi di truppe turche appoggiate dagli Usa che avanzino da nord, entrando in Siria da Jarablus.

(Lorenzo Marinone, via EastJournal.net)

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siria_2014_(syriafreedom CC-BY)

Leggi anche: Siria: perché nessuno può vincere

I ribelli perdono terreno di fronte all’avanzata del regime siriano. Qualcuno potrebbe pensare che la fine di questa guerra sia vicina, ma in realtà senza un compromesso regionale le ostilità continueranno.

La verità è che potremmo assistere a un allargamento dello scontro su scala mediorientale, anche perché da tempo la Siria è diventata il campo di battaglia del conflitto tra sciiti e sunniti, tra le due correnti dell’islam e i loro rispettivi paladini, Iran e Arabia Saudita, principali potenze della regione.

Gli iraniani sostengono il regime siriano perché la famiglia Assad, al potere da sessant’anni, appartiene a un ramo dello sciismo e ha aiutato Teheran negli anni ottanta a proiettarsi in territorio arabo, fino al Libano. I sauditi sostengono i ribelli perché sono sunniti come il 60 per cento della popolazione siriana e perché vedono nell’insurrezione lo strumento per fiaccare le ambizioni regionali dell’Iran.

In Siria le due potenze si giocano il dominio in Medio Oriente. Per i due governi la posta in gioco è decisiva, e a meno che non siano costretti a negoziare i limiti delle rispettive zone d’influenza non saranno certo le attuali difficoltà dei ribelli (causate dalle bombe russe) a mettere fine al conflitto.

I sauditi vogliono ritornare in posizione di forza mentre gli iraniani vogliono mantenere il vantaggio. Nel frattempo i russi rischiano seriamente di ritrovarsi impantanati in una guerra dei trent’anni.

Ma chi ha le maggiori possibilità di vittoria?

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Foto Freedom House cc-by 2.0

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