Ma che sunniti e sciiti. Ecco cosa divide Iran e Arabia Saudita

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Quella tra sunniti e sciiti è senz’altro una grande divisione interna all’Islam. Ma da qui a usarla come chiave interpretativa di qualsiasi avvenimento del Medio Oriente ce ne corre. Però torna utile ai media per confezionare in modo semplice le notizie. Torna utile anche e soprattutto agli stati della regione, sia in politica estera che per gestire questioni interne. Non fa eccezione l’ultimo capitolo del lungo braccio di ferro tra Iran e Arabia Saudita, che ha nell’uccisione di Nimr al-Nimr il suo casus belli.

Il 2 gennaio le autorità saudite hanno giustiziato 47 persone con l’accusa di avere rapporti con al-Qaeda. Fra queste spicca il nome di al-Nimr, un religioso sciita critico del regime saudita. I Saud lo credevano testa di ponte dell’Iran nella provincia orientale del regno, da dove aveva guidato manifestazioni di protesta sull’onda delle rivolte arabe del 2011. Così la sua esecuzione sarebbe un messaggio all’Iran e al mondo sciita in generale.

Ma di che messaggio si tratta? La risposta non arriva dal vortice delle ritorsioni: l’ambasciata saudita in Iran assaltata e data alle fiamme, il blocco dei voli e dei commerci tra i due paesi, il ritiro delle delegazioni diplomatiche (dall’Iran se ne vanno anche Bahrein, Kuwait, Sudan e Emirati), le aspre critiche ai sauditi dai libanesi Hezbollah e dall’iracheno al-Sadr. Certo, nel balletto delle alleanze si intravedono anche le divisioni settarie. Ma non sono che uno strumento per un fine più importante. La posta in gioco è ben più alta e riguarda l’egemonia regionale.

È una partita che si gioca con un occhio alla Siria (e allo Yemen) e l’altro alle quotazioni del petrolio. Una partita che l’accordo sul nucleare iraniano ha riaperto e accelerato, e che l’intervento della Russia a fianco di Damasco sta facendo pendere tutta a favore di Teheran. E più l’Arabia Saudita si indebolisce, più tenta di far la voce grossa. Il messaggio dei Saud, quindi, tradisce la loro debolezza.

L’Arabia Saudita perde terreno in Siria. L’esecuzione di al-Nimr è avvenuta una settimana dopo la morte di Zahran Alloush, importante leader ribelle nonché il principale collettore dei finanziamenti sauditi. Insomma, la figura su cui Riyadh puntava per avere voce in capitolo nel futuro assetto della Siria. A meno di un mese dall’inizio dei negoziati sulla Siria, Riyadh non ha più uomini di sua fiducia seduti al tavolo delle trattative, mentre l’Iran ha ricevuto l’invito direttamente dagli Usa. In Yemen, poi, i sauditi sono impantanati e non riescono ad avere ragione dei ribelli Houthi. La soluzione saudita è una sola: creare una grande coalizione, prima militare e poi politica, per arginare l’influenza iraniana. Riyadh l’ha già annunciata più volte, ma la risposta degli altri stati è tiepida, quando non l’hanno apertamente sconfessata.

Poi c’è il capitolo petrolio. Con il prezzo del barile in caduta libera le entrate da idrocarburi (che pesano per il 70% del pil saudita) hanno creato un buco di quasi 100 miliardi di dollari. Nel 2016 tagli e sforbiciate ai privilegi saranno necessari, col rischio di far crescere il malcontento interno. E in una società plasmata sulla versione wahabita dell’Islam, copia conforme dell’ideologia dell’Isis, questo significa diventare terreno fertile per l’estremismo.

Viceversa, l’Iran ha prospettive ben più rosee: a gennaio dovrebbero venir tolte le sanzioni, il suo comparto energetico fa gola a tutti e il bilancio 2016 è già tarato su un prezzo del barile più verosimile di 35 dollari. Certo, la fine dell’isolamento economico ha molte incognite, specie riguardo la tenuta sociale, e resta da vedere come sarà gestito questo delicato passaggio. Almeno nel breve periodo, però, le carte migliori le ha in mano Teheran.

(Lorenzo Marinone, via EastJournal.net)

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Foto ErikaWittlieb CC0

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