Padre Anton Srholec, un ricordo personale

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Ho avuto il piacere di incontrare don Antonio per la prima volta ad una serata di musica classica e recitazione di brani di Pavol Strauss (il mio autore slovacco preferito e di cui ho avuto l’onore di tradurre qualche opera). Il “caso” volle che la sedia col mio nome tra il pubblico fosse accanto a quella di don Anton Srholec. Ebbi così modo di presentarmi vincendo qualche primo istante di normale esitazione. Quando seppe che ero italiano, don Antonio passò subito alla mia lingua madre. Gli rivelai che era mio desiderio, finora irrealizzato, comporre un’opera per i lettori italofoni in cui fossero riportati brevi cenni biografici e storici di tante vittime della barbarie comunista in Cecoslovacchia negli anni ’50, con particolare riguardo ai perseguitati in odio fidei.

Accennai anche ad un’altra mia iniziativa stoccata da anni nel magazzino dei potenziali progetti da realizzare: la traduzione in italiano di uno dei suoi scritti più celebri, Svetlo z hlbín jáchymovských lágrov. Lì per lì mostrò subito entusiasmo, ma ci scambiammo i bigliettini da visita senza futuri appuntamenti formali. Tempo dopo, tornai sulla proposta a mezzo lettera… Così una sera di fine agosto don Antonio mi sorprese con una telefonata e un invito a partecipare ad una conferenza su quella che in Slovacchia è tristemente nota come “Akcia R”, ovvero la notte di fine agosto 1950 in cui le milizie comuniste e la Sicurezza di Stato irruppero in tutti i conventi femminili del paese sgomberando e deportando tutte, dalle novizie alle superiore, nell’intento di porre fine gradualmente alla vita consacrata in una nuova società atea e intollerante.

Fu un’occasione da cogliere al volo e così confermai il mio interesse. Anzi ebbi l’onore di accompagnare personalmente don Antonio in auto fino a Nitra, dove si tenne la conferenza. Era il 29 agosto 2013. Durante il viaggio tra le tante parole riprendemmo anche il discorso del libro. Don Antonio mi commissionò seduta stante la traduzione dell’opera. Alla pubblicazione avremmo pensato dopo. Era contento dell’idea che quest’opera sarebbe potuta uscire in italiano, una lingua a lui carissima, avendo egli studiato e ricevuto l’ordine sacerdotale proprio in Italia.

Il libro aveva già visto la luce nella versione inglese e tedesca, e se non sbaglio anche in croato. La diffusione di questo o altri suoi scritti in Italia era un pensiero che era venuto in mente a don Antonio già diverso tempo prima; don Antonio ne aveva parlato anche con don Giovanni Fontana, suo compagno di studi e confratello salesiano di Torino, cui va il mio ringraziamento personale per il prezioso aiuto, incoraggiamento e preghiere durante la fase di preparazione dell’edizione italiana del libro. Alla fine il libro è stato tradotto e pubblicato nel 2014 con il titolo “Una luce dagli abissi. Memorie di un prete nei lager cecoslovacchi” dalla casa editrice Dehoniani di Bologna (vedi).

Ho avuto occasione di incontrare varie volte don Antonio nella sua abitazione di Ružinov e di accoglierlo anche da me per una simpatica raccolta di autografi inter nos su varie copie del libro appena uscito. Non ho avuto però modo di conoscere direttamente il lavoro svolto da don Antonio come sacerdote a livello pastorale. Negli ultimi anni Anton Srholec si è adoperato soprattutto nelle attività sociali e nella Confederazione dei Prigionieri Politici slovacchi.

Mi sono fatto un’immagine più che sfuocata mettendo insieme i racconti e le opinioni di chi invece l’ha vissuto. Il mosaico comprende tanti pezzi positivi, testimonianze di persone che hanno trovato o ritrovato la fede, anche e soprattutto in maniera non tradizionale e molte in tempi in cui vigeva ancora un regime per principio avverso alla religione. Srholec è noto per i suoi contrasti con una gerarchia a volte troppo rigida e controversa. A molti (specie ai mass-media più volgari e ai tabloid) questo personaggio ha fatto spesso comodo. Chissà quante volte articoli di giornale, servizi televisivi o parole al vento di singoli cittadini, per moda o per paura critici della Chiesa cattolica, gli hanno messo in bocca parole da lui mai proferite. Molti altri lo hanno fin dapprincipio osteggiato e continuano a farlo. Ho sentito e letto tanti commenti negativi che si rifanno ad esperienze del passato, ma solo per contrattaccare dichiarazioni particolarmente liberali. Io personalmente, fedele alla Chiesa e alle sue autorità, ma conscio della necessità di purificazione e rettifica di tante lacune (come del resto è normale in tutto ciò cui partecipano gli esseri umani), credo che anche Srholec rappresenti sotto questo aspetto un microcosmo di quella che è la realtà generale.

È stato lungimirante, ha parlato al futuro, e magari non poche volte è inciampato in qualche coniugazione. Non credo sia un discorso da fare adesso. Ringraziamo il Signore per ciò che egli ha fatto di buono e raccogliamo la sua testimonianza, a partire dal giorno dell’arresto mentre tentava di varcare il fiume Morava, attraverso i dodici anni di prigionia, lavori forzati nelle miniere di uranio, celle di isolamento, maltrattamenti e persecuzione anche dopo il rilascio dal carcere. A noi che abbiamo vissuto giorni di gioventù diametralmente opposti, nella più totale e spesso peccaminosa libertà, non passi neppur per l’anticamera del cervello di voler giudicare impulsi o parole che sono comunque frutto di riflessione, preghiera e tante esperienze anche dolorose. Paradossalmente io ho sempre visto don Antonio in situazioni e tra persone assai legate alla tradizione (quelle che il mondo definirebbe “bigotte”). Non c’è opinione sbagliata che tenga, quando prevale l’uomo e il buono che ha dentro. Eventuali divergenze dal Magistero, pur obiettivamente provate, passano in secondo piano.

L’ultimissima volta che parlammo insieme, salutandoci alla porta, mi disse: “pripravte sa na kňazstvo” (preparatevi al sacerdozio). Non so bene cosa intendesse; certamente l’espressione non va presa alla lettera e forse per ora va lasciata così… La Chiesa è eterna ma si rinnova; è attaccata dall’interno e dall’esterno da errori e ambizioni umane; è odiata e amata come Cristo che l’ha fondata…  E le porte degli inferi non prevarranno contro di essa (Mt 16, 18). Don Antonio incarna un po’ tutto questo; c’è chi parla di beatificazione e chi lo ritiene un impostore. Io alla vigilia del solenne funerale nella chiesa di Blumentál, dove un tempo operò, prego il Signore perché lo accolga nel Suo regno e perché il bene che l’uomo-sacerdote ha fatto resti da esempio e si moltiplichi in Slovacchia e in Europa.

(Enzo Passerini, traduttore)

Foto Bratislavska zupa cc-by-2.0

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