La luminosa galassia da cui ci parla ancora Ziggy

Bowie_graffito-Brixton-Londra_(flickr-cc-by)

I’m not a popstar”, canta a un certo punto David Bowie in Blackstar, il brano che dà il titolo al suo album di addio. Ad andarsene in effetti non è stata una semplice stella del rock ma uno degli artisti più capaci di influenzare musica, arte, moda, cultura e costume degli ultimi cinquant’anni. La sua presenza è così conficcata nel nostro immaginario che, semplicemente, è difficile riuscire a credere che David Robert Jones sia morto per davvero.

O forse dovremmo dire che i mondi creati da Bowie sono diventati anche il nostro mondo. Di conseguenza, la persistenza in noi dell’astronauta di Space oddity, di Ziggy stardust, di Halloween Jack, del Duca Bianco, del malvagio re dei goblin in Labyrinth, del detective burroughsiano Nathan Adler in 1.Outside è così evidente che ritrovarsi a parlare della fine di chi li ha inventati risulta controintuitivo.

Era liberatorio vederlo alle prese con tanti diversi linguaggi musicali

Viviamo in un’epoca in cui il concetto di identità si sta irrigidendo in modo sempre più stupido e pericoloso. Bowie era un campione della specialità opposta. Passava da un personaggio all’altro perché pensare la metamorfosi è nelle possibilità degli esseri umani, e lui era uno di quelli che credevano di poter portare il suo talento e l’epoca che l’ha visto crescere nei territori più interessanti e vertiginosi.

Non subire ma assecondare (e certo, venirne anche risucchiati) le proprie inevitabili trasformazioni – l’effetto liberatorio di un simile modo di intendere l’esistenza fuori e dentro l’arte era assoluto. Così come era liberatorio vederlo alle prese con tanti diversi linguaggi musicali: psichedelia, folk, glam, soul, elettronica, l’art rock di un capolavoro come Hunky Dory, il cut up di 1.Outside, fino alla jungle di Earthling, al jazz urbano di recenti singoli come Sue (Or in a season of crime), e alle sperimentazioni finali (sulle orme di un altro grande esploratore dell’ignoto come Scott Walker) di Blackstar, uscito a soli tre giorni dalla sua morte.

In anni in cui l’Europa sembra troppo spesso un inno demenziale alla burocrazia, senza una vera leadership politica né culturale, vale anche la pena di ricordare come Bowie riuscì a ribadire (a modo suo) la centralità della città che – nel bene e nel male – più di altre ha segnato il novecento del vecchio continente.

Parlo naturalmente di Berlino, a cui dedicò tra il 1977 e il 1979 la meravigliosa trilogia di Low, Heroes e Lodger. Dismessi i panni dell’extraterrestre, Bowie incarnò quelli di un umano sprofondato in quel centro della Terra che era la Berlino della guerra fredda. Da questo luogo reale e immaginario al tempo stesso raccontò la depressione, il dolore, ma anche la strana magia (gli echi di Kurt Weil e di Alfred Döblin) da cui si sentiva circondato.

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Luminosa galassia cangiante

Nel solco di questo percorso, è davvero perfetta l’ultima reincarnazione di Bowie, quella nel Lazarus di Blackstar, vale a dire il personaggio biblico che meglio simboleggia il cammino sulla linea di confine capace di segnare il cambiamento di status per antonomasia.

Non sarà credo inutile ricordare una delle prime persone di cui Bowie assorbì (nel modo più struggente e delicato che si possa immaginare) l’identità, il fratellastro schizofrenico Terry Burns, che lo iniziò all’ascolto della musica e alla lettura dei libri – “Terry è stato l’inizio di tutto, per me” – e che morì suicida gettandosi sotto un treno.

Un’ultima considerazione, tra le tantissime che si potrebbero fare. Che ci parli dallo spazio profondo o da Potsdamer platz, mi sono sempre sforzato di capire come mai gli altrove di David Bowie (ciò che lui chiamò più di una volta “nostalgia del futuro”) risultino così belli e strazianti.

Forse una spiegazione sta nel fatto che il mondo rischia a volte di apparirci come un posto talmente invivibile, cinico, stupido e grossolano che i nostri sentimenti più profondi, per non morire, sono costretti a trasferirsi altrove. Smaterializzati da questa parte, possono rifugiarsi pressoché intatti in quell’altra: la luminosa galassia cangiante che è poi il luogo da cui David Bowie ha deciso di parlarci. Da marziano a marziani.

(Nicola Lagioia, scrittore, da Internazionale.it)

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Leggi anche: La musica dopo David Bowie

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Foto Louise McLaren cc-by (Graffito a Brixton-Londra). Sotto: Bowie nel 2013 foto Sosyo Kultur

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